Moses Sumney – Aromanticism

Ho passato la scorsa settimana a letto con la febbre.

Se da un lato ci sono stati momenti in cui credevo che fosse oramai giunta la mia ora, dall’altro, ho avuto momenti di dolcissima libertà (grazie Netflix).

C’è chi dice che l’influenza sia soprattutto un segnale del proprio corpo: troppo stress, troppo lavoro o troppo chissà, e che serva a rimetterci un po’ i piedi per terra.

E’ un’interpretazione molto orientale e spirituale. In asia orientale, infatti, i medici visitano solo le persone sane, periodicamente, per assicurarsi che il loro stile di vita non sia anormale e che gli permetta di mantenere il proprio equilibrio psico-fisico.

Mentre penso, sto indossando una maglietta dei Surfer Blood, ed ho le mie cuffie “buone”, proprio come in una foto di qualche anno fa. Vedo il disco di Moses Sumney e penso un po’ a Sampha, un’artista che amo tantissimo e per cui non trovai il tempo di scrivere. Non riuscii a recensire il suo album nei giorni in cui venne pubblicato e a quel punto, non lo feci più. Non voglio che si ripeti la stessa cosa con Moses.

Aromanticism è il debutto di questo artista californiano che miscela sapientemente moderno e classico, soul ed elettronica alla ricerca di atmosfere calde ed emozionanti.

Don’t bother calling, I’ll call you. I’m not a body, the body is but a shell.

Mettiamo subito in chiaro che siamo su livelli altissimi: le musiche e gli arrangiamenti sono distillati di talento puro. I pressupposti di questo album sono ambiziosi e Moses decide di mettere letteralmente il cuore oltre l’ostacolo.

In questo album non è possibile sezionare le musiche dalla sua voce perché l’equilibrio, a mo’ di spirale, si basa su di un baricentro inesistente fisicamente, ma creato dalla cooperazione delle due parti.

Lo vediamo in Doomed, senza dubbio la perla dell’album, in cui una struggente interepretazione lascia intendere frasi esistenzialiste laceranti: Am I vital if my heart is idle? Am I doomed? 

E quando penso di aver scoperto la maggior parte dell’album, ecco che si apre ancora la scena ed esce Indulge me, un pezzo di una classe immensa, in cui Moses apre il proprio cuore accompagnato da qualche nota di chitarra dolcemente accarezzata e che mette i brividi dall’inizio alla fine:

I don’t trouble nobody, Nobody troubles my body after, all my old others have found lovers. 

La sensibilità, la fiducia nei propri mezzi e l’eleganza di questo artista 24enne mi lascia disorientato. Aromanticism è un viaggio nel tempo della musica soul che coinvolge tutto e tutti: da D’Angelo a Prince, da Jeff Buckley ad Al Green. Dalle progressioni di Quarrel alle implosioni soul di Don’t Bother Calling, l’artista riesce sempre ad essere unico ed orginale, artistico e spirituale. Aromanticism gode, come Moses, della libertà che gli è concessa.

Si tratta di un disco per certi versi audace, che sprigiona una brezza di libertà creativa, senza entrare in inutili spirali di anticonformismo organico: è uno sguardo crudo verso la visone del mondo di Moses, verso la propria virtù creativa.

Viva la libertà, quindi. Come quella che rinasce dalle ceneri di un’influenza o quella che si sviluppa dalla mente di un prodigio e ci regala uno dei dischi dell’anno.

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