Black Tail – One Day We Drove Out Of Town

Francesco Giordani per TRISTE©

Ho un vecchio sogno nel cassetto. Quello di dedicare una parte della mia vita, prima o poi, alla messa a punto (e alla successiva esecuzione) di “collaudi” discografici.

Che so: fare il bagno di notte in una piscina, dimenticandomi una camicia, come in Nightswimming. Leggere Wilde assieme ad una fidanzata in un cimitero come in Cemetery Gates. Unirmi ai latitanti in fuga di Band on The Run.

Cose del genere.

Non tutti i dischi valgono la pena di essere collaudati, siamo d’accordo, eppure nel mio intimo resto profondamente convinto del fatto che, a lasciarci permeare più in profondità dalla musica pop, mediante un ascolto per così dire “performativo” e sperimentale, ci guadagneremmo non poco.

Ed è forse per questo che ho deciso di collaudare un album come One Day We Drove Out of Town dei Black Tail prendendo alla lettera il suo bel titolo. Infilato il mio rennino nuovo (un po’ Freeweelin‘ Bob Dylan, un po’ Fiumani periodo Anni Luce), ho dunque acceso la macchina e imboccato la strada (ovviamente fuori città) che mi avrebbe in breve tempo condotto a percorrere il litorale a sud di Anzio.

Il secondo lavoro in studio della band guidata da Cristiano Pizzuti, che arriva a due anni dal già notevole esordio Springtime, è in effetti un disco che “chiede strada” al suo ascoltatore.

Le nove canzoni di One Day We Drove Out of Town attraversano paesaggi luminosi quanto variegati, sulla cui superficie lo sguardo può posarsi o allungarsi a piacimento, seguendo la mutevole traiettoria di pensieri e ricordi in associazione libera (si ascoltino Spider/Galaxy, A Fox, Wild Creatures e Downtown, quest’ultima fra le migliori del disco).

E se l’amore per maestri di stile (e sostanza) come Jeff Tweedy, Norman Blake, Will Shelf o Elliott Smith, rimane ancor forte e riconoscibile, a brillare di luce piacevolmente limpida è soprattutto l’equilibrio delle trame strumentali ma anche una raggiunta padronanza del lessico indie-folk-rock, che sa risolversi in esiti di grande naturalezza e delicatissima sintesi formale.

Da questo punto di vista i miei favori vanno soprattutto a Slippery Slope, che apre con passo alla Range Life per poi scalare ad una marcia shinsiana, ed alla conclusiva Sycamore, in bilico su vaghe quanto toccanti impressioni beatlesiane.

E il collaudo? Beh, concluso l’ascolto del disco, al mare ci sono arrivato per davvero. Lungo la spiaggia ho trovato soprattutto tanta luce e una bella aria fresca, non pochi cani, qualche bambino pescatore e, a breve distanza, padri silenziosi ma attenti.

Si può chiedere di più?

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