Corniglia – s/t

Vieri Giuliano Santucci per TRISTE©

Tutti noi abbiamo dei posti che ci portiamo dentro. Di cui il solo ricordo ci scalda il cuore e dove il tornare è sempre, immancabilmente, motivo di emozione.

A volte non è un luogo specifico. A volte è una certa conformazione geografica. Io, per esempio, quando vedo i monti entrare nel mare ho la pelle d’oca.

E mi sento un po’ a casa.

“Nè Toscano nè Ligure”, per chi come me viene dalla città del marmo bianco il levante ligure (al pari della Versilia, e nel mio caso pure di più) non può che essere parte di quello che considero “il mio territorio”. E quel tratto di costa è tutto così: rocce e monti coperti di alberi che entrano in mare.

La parte più conosciuta di queste zone sono sicuramente le Cinque Terre, cinque splendidi borghi marinari costruiti da gente che ha lottato con il mare e con la montagna. Ed ora con il turismo di massa. Di queste cinque perle quella meno conosciuta è, forse, proprio quella centrale: Corniglia. Poche case costruite su un cucuzzolo a strapiombo sul mare.

Ma forse più delle altre Corniglia è quella che meglio rappresenta il dualismo ligure: un mare presente, vicino e bellissimo, ma al tempo stesso “difficile”: difficile da raggiungere, scarpinando attraverso sentieri e rocce; difficile da godere (per i non avvezzi al tipo di territorio), perchè si apre nelle gole del monte e si fa subito blu e profondo.

Non so se Chloe e Matt sono mai stati in Liguria. Lo spero per loro, e spero che il nome della loro band nasca proprio dallo stupore per quelle case che “guardano il mare per misurare l’infinito”.

Il duo Corniglia arriva da Perth, Australia, ed esce ad inizio di questo 2018 con il suo self titled debut. Undici tracce che viaggiano tra l’indie-pop in salsa dreamy dell’openining track, But It Wasn’t That Long Ago, e si chiudono con una ballad cupa e “ruvida” (quasi azzarderei la parola “grunge”), Looking Right Through Me.

In mezzo c’è spazio per mostrare le molte anime del duo, che alterna da momenti più rock anni 90, Voices, Sleepy Jane e la ballad “radioheadiana” Paradise, ad altri più decisamente pysch-pop, tra cui la bellissima Dear Sunday.

Le voci di Chloe e Matt si alternano tra i pezzi e nei pezzi, dando vita ad un continuo scambio piacevole anche per la varietà di generi presenti nel disco, che supporta una altrettanto vasta gamma di differenti emozioni.

Un po’ come quel mare sovrastato dai monti. Tanto bello ed emozionante, sì, ma anche impetuoso e rabbioso nelle mareggiate invernali. Io non mi stancherò mai di andarlo a trovare e di ricercarlo in ogni posto.

E magari in ogni canzone.

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