Insecure Men – s/t

Francesco Giordani per TRISTE©

Con ogni probabilità lo avrete letto.

Il settimanale New Musical Express (o NME, dir si voglia), a sessantasei anni dal suo glorioso debutto nella edicole inglesi ha deciso di porre fine una volta per tutte alla propria edizione cartacea, continuando ad esistere esclusivamente come magazine digitale.

Mi verrebbe da commentare: la fine di un’epoca, se solo questa frase non suonasse alle mie orecchie imperdonabilmente imprecisa, dal momento che di epoche che finiscono qui ce ne n’è molte più d’una, con tutta evidenza.

Ricordo con estrema precisione che iniziai a consultare le sottilissime pagine dell’NME verso la metà del 2005, quando, fra una lezione e l’altra all’università, amavo riempire i non pochi tempi morti disponibili spingendomi fino alle Messaggerie Musicali (che nome eh? sempre a proposito di epoche che finiscono…), in Via del Corso, nel cuore di Roma.

Lì, fra scaffali stracolmi di dischi, libri e dvd, una vastissima selezione di riviste internazionali d’ogni tipo mi permetteva di sfogliare l’NME comodamente e in una pace solitaria ma dolcissima, quasi monastica, senza che nessuno potesse peraltro notarmi.

Per me, nel volgere di qualche mese, quello con l’NME in Via del Corso divenne un appuntamento fisso. Ricordo, in una cronologia che ahimè già si confonde, una foto di giovanissimi Arctic Monkeys spalmata su una copertina, un lungo speciale sui funerali di James Brown, una recensione a tutta pagina del debutto dei The Good The Bad and The Queen, e un’altra, un poco più piccola, di The Seldom Seen Kid degli Elbow.

Ma, se mi sforzo, riesco quasi a ricostruire a memoria stralci interi di reportage di concerti dei Klaxons alla 02 Academy di Brixton, decine, forse centinaia, di pubblicità di dischi nuovi in uscita e il fitto intrecciarsi degli annunci battenti a fine rivista “Cercasi Bassista” o “Vendesi Pedale”.

Ripensare a tutto questo mi rende oggi un uomo probabilmente più insicuro. Come insicuri (ma anche pericolosi) sono gli uomini che Saul Adamczewski ha deciso di cantare, nel suo nuovo progetto opportunamente battezzato Insecure Men.

Adamczewski è da tempo nome noto e relativamente consolidato della nuova scena art-rock londinese, visti anche i trascorsi con i Fat White Family, senza dubbio alcuno fra le migliori e più creative band d’Inghilterra dell’ultimo quinquennio. E proprio all’ombra dei Fat White Family sta, per inciso, crescendo una nuova cucciolata di band inglesi che, soprattutto se penso a Shame e HMLTD (da tenere d’occhio), potrebbero regalarci non poche soddisfazioni nelle stagioni a venire.

Reduce da turbolentissime esperienze di vita (e di quasi morte), Adamczewski ha tuttavia scelto di cambiare rotta e, in combutta con Ben Romans-Hopcraft (già Childhood), ha scritto e registrato (nello studio newyorchese dell’amico Sean Lennon), un album che di sinistro non ha soltanto la copertina.

Gli undici episodi di Insecure Men sono infatti inzuppati in un easy listening così spericolatamente surrealista da rivelarsi morboso, una torbida allucinazione sonora in bilico fra muzak da Grand Hotel delle Indie Occidentali (All Women Love Me) e drogatissimi calembour barrettiani dall’ortografia quasi space-pop (Teenage Toy, la stupenda The Saddest Men in Penge), che ricordano certo Ariel Pink (I Dont’Want To Dance) o anche il Destroyer di Kaputt (Cliff has left the Building, con misteriosa dedica alla popstar anni 60 Cliff Richards).

La mano di Adamczewski si libra, svagata e tremolante com’è, fra ipnagogia d’accatto e sconsolati virtuosismi bacharachiani, perdendosi nella vacanza a vita di un fancazzismo a tratti metafisico (la mirabile Whitney Houston and I). Ne sgorga fuori una vaporwave archeologica, come giocata d’anticipo, se mi si concede l’azzardo, che al trash effimero anni ’80 sostituisce un cabaret exotico anni ’60, tutto promesso alla forza liberatrice della digressione immaginifica in terre remote.

In altri tempi o, per meglio dire, in altre epoche, dischi come questo mi avrebbero afferrato dalla pagine di NME e letteralmente portato via, in un viaggio da fermo che iniziava prima ancora della musica stessa.

Ai bellissimi momenti trascorsi sfiorando quelle pagine dedico dunque queste mie parole.

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