Courtney Marie Andrews – May Your Kindness Remain

Francesco Amoroso per TRISTE©

“It’s so easy to laugh
It’s so easy to hate
It takes guts to be gentle and kind”

All’incirca trentadue anni fa, quasi in sordina, gli Smiths cantavano quello che (per me) sarebbe diventato un vero e proprio mantra e un precetto di vita (spesso disatteso, come ogni precetto di vita che si rispetti).

Nel corso degli anni essere “buoni e gentili”, in un mondo che premia coloro che ridono e odiano, è diventato un atteggiamento che sempre più va a discapito proprio dei puri di cuore, degli onesti (senza h) e di coloro che si permettono di essere deboli, una sorta di motivo di scherno (basti pensare all’orribile neologismo ”buonista” utilizzato, naturalmente, sempre a fini denigratori).

E, a maggior ragione, la bontà e la gentilezza devono essere dei fari in questa notte, delle ancore cui aggrapparsi con tutte le forze nella tempesta di questo oscuro medioevo di ritorno.

Così per accogliere con gioia e trepidazione il nuovo lavoro della countrysinger americana Courtney Marie Andrews mi è bastato leggerne il titolo: May Your Kindness Remain.

Courtney, nonostante abbia solo 27 anni (e dalle foto ne dimostri ancora meno), ha già all’attivo sette album, l’ultimo dei quali, il sorprendente Honest Life, uscito a fine 2016 negli States per la Mama Bird (e ad inizio 2017 in Europa per l’inglese Loose), l’ha fatta notare a un pubblico molto vasto anche al di fuori dei confini degli amanti del genere. Una piccola gemma di country sincero e intimista, persasi un po’ anche per l’intempestività delle date di uscita.

Se Honest Life, giustamente adorato dalla critica, aveva portato a paragoni con Joni Mitchell o con le nuove leve del folk a stelle e strisce, May Your Kindness Remain, uscito per la Fat Possum, si muove su coordinate country più canoniche – pur rimanendo un album prettamente di country alternativo – ammiccando al country mainstream (di qualità) di Lucinda Williams, Riahnnon Giddens o Gillian Welch, popolato come è da personaggi vilipesi e calpestati, che rimangono tuttavia ottimisti e positivi.

Non è un caso, quindi, il titolo, né la circostanza che la parola “gentilezza” appaia nel nome di ben due canzoni. Rimanere buoni, gentili, premurosi, con se stessi e con il prossimo è infatti il tema centrale dell’album.

Nella title track, ad esempio, la protagonista è una “Underground Queen”, che indossa la solitudine come un costume e si ritrova, bicchiere alla mano, aggrappata a una slot machine. È un’immagine forte di qualcuno con il cuore spezzato e piegato, cui la Andrews canta, mentre l’organo cresce, “Se i tuoi soldi finiscono e il tuo bell’aspetto svanisce/Possa la tua gentilezza rimanere.”

C’è un sapore quasi gospel in molti dei brani di questo lavoro e non è un caso, perché il vibrante insieme di organo, chitarra e cori, riflette e veicola in maniera mirabile il tema della gentilezza, dell’aiuto reciproco, della potenza di piccoli gesti amorevoli.

In alcune interviste la Andrews afferma che May Your Kindness Remain parli dell’amore attraverso la depressione nell’epoca di Donald Trump: Border è ispirata da uno sceriffo texano bigotto e sadico, Two Cold Nights In Buffalo racconta, attraverso una storia ordinaria e struggente, la disgregazione di una comunità.

E, tuttavia, in un’epoca (per gli Stati Uniti e per tutto l’Occidente) di decadenza economica e sociale, è sempre nell’amore verso il prossimo e nell’approccio alla vita lontano dal rancore e dall’odio che risiede la salvezza.

“Empty cans on the counter and the laundry’s never done/The dog’s tracked in snow and mud/For every rose there’s a weed, but every weed is welcome/This house ain’t much of a house, but it’s a home.
The faucet might leak, the staircase might creak/The heater takes a while to kick in/But there’s a whole lot of laughter and love” canta Courtney Marie in “This House”, forse il brano più schiettamente ountry, per tema e arrangiamento, dell’album.

E, con lei, dopo aver ascoltato un album sincero, onesto, pieno di cuore e trasporto, non possiamo che, esultanti, ripetere il nostro mantra: “E’ così facile ridere, è così facile odiare, ma ci vuole fegato a essere buoni e gentili”.

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