Loyle Carner – Not Waving, But Drowning

Carlotta Corsi per TRISTE©

Mi ricordo la superfice ruvida e leggera dell’acetato nelle tute che i ragazzini, di cui immancabilmente mi prendevo una cotta spaventosa, portavano alle medie: di quelli che poi, al liceo, sono decisamente i più fighi, ma che spesso e volentieri rimangono nell’angolo, a rollarsi in silenzio la canna che fumeranno di nascosto e in solitudine nel bagno.

Insomma, ho sempre avuto un debole per certe sottigliezze e il mio professore di italiano mi ha sempre messo in guardia, ripetendomi occasionalmente quanto fossi troppo “crocerossina”.

Sant’uomo. Avrei dovuto ascoltarlo davvero.

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Rozi Plain – What a Boost

Vieri Giuliano Santucci per TRISTE©

Uno dei momenti di più grande stupore che ricordo dell’infanzia è quello della prima volta in cui vidi l’alba.

Ero in macchina con mio padre, partiti presto per un suo viaggio di lavoro. Attraversavamo la campagna e all’orizzonte, piano piano, un bagliore flebile iniziò a farsi strada nel buio. Avevo sempre visto il giorno farsi gradatamente notte, ma mai il contrario. L’emozione di vivere questo momento fu molta, tanto che mio padre, negli anni, me l’ha spesso ricordato quasi prendendomi in giro.

Non ricordo se e cosa stesse passando alla radio in quel momento (probabilmente un giornale radio), ma What a Boost sarebbe stata l’ottima colonna sonora.

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These New Puritans – Inside The Rose

Francesco Giordani per TRISTE©

In un periodo di per sé già piuttosto nero per il cosiddetto rock d’arte (o “art rock”, dir si voglia) britannico, un album ispirato come Inside The Rose assume quasi le sembianze di una Speranza, con tutte le maiuscole del caso.

Caduto a brevissima distanza dalle quasi simultanee morti, davvero imprevedibili, davvero strazianti, di Mark Hollis e Scott Walker (quest’ultimo Americano per nascita, ma naturalizzato Inglese quasi per destino), il ritorno dei fratelli gemelli George e Jack Barnett ravviva infatti – e nel migliore dei modi – una certa idea, così profondamente inglese, di quella che, con fare un po’ temerario, potremmo ribattezzare “canzone aperta” e che, con ogni evidenza, molto deve, tra gli altri, ai due nomi illustri citati qualche rigo più sopra.

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Matt Maltese – Bad Contestant

Francesco Amoroso per TRISTE©.

Le riviste musicali inglesi (sia quelle cartacee tradizionali che quelle più moderne e dinamiche on-line) hanno una vera e propria mania: il tentativo di creare ovunque scene e nuovi sottogeneri musicali.

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Red Red Eyes – Horology

Horology

Francesco Amoroso per TRISTE©

Passerò per il solito vecchio trombone, ne sono consapevole. Farò l’effetto di quel vecchio Zio che ogni volta ci racconta la stessa storia, si ripete all’infinito e vagheggia (e vaneggia) i tempi andati come un’età dell’oro oramai lontana e dimenticata.
Correrò il rischio. Del resto questa rappresentazione non è poi così lontana dalla realtà.

C’era una volta un’epoca nella quale i dischi si compravano a scatola chiusa o quasi. Anche quelli degli esordienti. Bastava leggere una recensione interessante, ascoltarne un brano eccitante e il gioco era fatto. E quando si ascoltava per la prima volta un album nuovo, il brivido della scoperta andava di pari passo con il timore di aver investito in maniera sbagliata la sudata paghetta.

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Anne Garner – Lost Play

Peppe Trotta per TRISTE©

Quando il bambino era bambino,
camminava con le braccia ciondoloni,
voleva che il ruscello fosse un fiume,
il fiume un torrente
e questa pozzanghera il mare.
[Peter Hanfke da “Elogio dell’infanzia”]

Iniziamo il nostro percorso di vita con la fretta di diventare adulti e ci ritroviamo immancabilmente a desiderare di poter recuperare quell’innocenza, quel senso di libertà irrimediabilmente perduto.

Ci piacerebbe poter ancora riuscire ad usare la pienezza dell’immaginazione e sfuggire ai vincoli e alle pressanti responsabilità dell’età matura, ma si tratta di un processo irreversibile.

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Goat Girl – s/t

Francesco Giordani per TRISTE©

C’è poco da girarci intorno.

Il giovane rock inglese che sta pian piano crescendo alla gelida ombra della Brexit ha il gusto amaro e pungente della disillusione. Poca melodia, poco da ridere, tanta psicoanalisi, una certa dose rinforzata di cinismo.

Cimentarsi in ardite similitudini con gli anni dei sinistri trionfi thatcheriani appare senza dubbio semplicistico. D’altra parte, come ha annotato il filosofo inglese Mark Fisher nel suo folgorante Realismo Capitalista, quello che oggi per lo più viviamo è “un’incapacità di produrre ricordi nuovi”.

Perfida, anzi crudele, ironia della Storia.

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