Amen Dunes – Freedom

Agnese Sbaffi per TRISTE©

“This is your time, their time is done” dice la voce di un bambino nell’intro dell’album.

Mi fa pensare che ognuno ha i suoi tempi da capire e rispettare, che inseguire un tempo diverso dal proprio renda confusa e faticosa questa già complicata successione di eventi che è la propria vita.

Che sia il tempo che si impiega per ascoltare un disco, per elaborare un evento traumatico, per capire sé e gli altri, è sempre un tempo attivo, mai un’attesa in balia di un tempo imposto.

“This is your time, go out there and take it.”

Per esempio Damon McMahon, lo statunitense one-man band degli Amen Dunes, ha impiegato tre anni per produrre Freedom, un album dall’atmosfera psych-folk a tratti rarefatta, sempre in bilico tra l’euforia e la malinconia.

E’ il suo tempo non solo nella produzione ma anche nei testi, un viaggio tra le storie, i ricordi e le persone che lasciano un segno nella memoria, ma anche il tempo nel senso del ritmo spesso sincopato, che trattiene e spinge, una contraddittoria sensazione tra misticismo e concretezza.

Ambiguità evidente nella storia di successo e fallimento dell’affascinante campione ungherese di surf e artista della truffa Miki Dora, che si ritrova nella cadenza leggera e trotterellante che caratterizza il primo singolo uscito del disco. Una tensione costante e latente che si mescola a ritmi incalzanti, evocando oscuri scenari luccicanti, profondi come la voce di McMahon (penso a Blue Rose, Time, Dracula, Skipping School). Si alternano brani coinvolgenti dalle sonorità vellutate, ipnotiche che tratteggiano racconti intimi e dolorosi con un approccio incredibilmente delicato e volitivo.

Libertà, Freedom, che da il titolo all’album e avvicina alla chiusura del disco ne è un interessante esempio: parole e frasi frammentate, ripetute, che non descrivono ma accennano, che lasciano la libertà, appunto, di completare il quadro con la propria sensibilità, un invito allo sforzo immaginifico cullato da una voce trascinata e trascinante.

L’esortazione al risveglio, come in Believe, una ballata intima ed emotiva dedicata alla madre, alla sua malattia, alla provvisorietà delle cose umane e al senso di liberazione che regala la consapevolezza e il perdono.

E mentre nell’ultima traccia dell’album la voce del bambino torna a ricordarci dell’urgenza di appropriarsi di questo tempo, mi rendo conto che è notte inoltrata ed è il mio momento di dormire e risvegliarmi, di non perdere tempo a cercare di capire il significato di tutto ma di provare a lasciarsi andare a un’esplorazione cosciente e creativa, nel senso di creazione, di inizio.

Come quello di questa nuova settimana che si prospetta più grigia e riflessiva, ma che forse aiuta ancora meglio a rendere quella sensazione contrastante di sofferenza ed eccitazione che si avverte necessariamente quando ci si addentra tra le pieghe della propria intimità.

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