Le Firme di TRISTE© – Top 5 2018

Il Natale è passato e i regali sono stati scartati.

Noi però ancora non abbiamo rivelato tutte le nostre selezioni di questo 2018. Le tenevamo da parte come “afterhour” per voi lettori.

Eccovi quindi le Top 5 della nostra redazione, forzatamente costretta da me (Vieri) a redigere delle liste che, ovviamente, non possono che essere parziali.

Come sempre nei prossimi giorni arriverano anche “le classifiche mancanti”, ma ora godetevi le scelte delle persone che rendono possibile questa bella avventura TRISTE©.

Giulia Belluso

Le classifiche non sono il mio forte, forse perché mi ricordano che l’anno è “volato” o più semplicemente perché ci sono tanti di quegli album ben fatti che scegliere è una vera tortura, ed è per questo che ho scelto di non classificarli con nessun numero specifico, perché tutti sono album assolutamente splendidi.

Foxwarren – s/t
Carenza di affetto?! Questo è il disco giusto per farvi cullare e coccolare, un angolo di paradiso che anche i più “sentimentalmente freddi” non posso fare a meno di amare.

Mitski – Be The Cowboy
Chitarre distorte e drum machine convogliano in un disco assolutamente conturbante e dal fascino che solo Mitski sa creare.

Ex:Re
Sublimazione, per lo spirito, per il corpo, per le orecchie e per i viaggi interiori.

Jacco Gardner – Somnium
La sua psichedelia è audace come pochi, non sbaglia mai un colpo è semplicemente ipnotizzante.

Frontperson – Frontrunner
L’eleganza del cantautorato canadese accompagnato da chitarre calde e arrangiamenti melodici crea un perfetto disco da ascoltare in totale relax tra un pranzo e l’altro.

 

Emanuele Chiti

5. Nine Inch Nails – Bad Witch
Trent Reznor la smette, seppur per soli 30 minuti, di ripetere la solita formula pop à la NIN degli ultimi anni e ci fa immergere in un vortice oscuro e ipnotico, tra fiati, ritmi convulsi e rimandi all’ultimo Bowie.

4. Janelle Monae – Dirty Computer
Numero uno nell’ambito mainstream-modern pop: un pastiche colorato e mai banale con ospiti d’eccezione da Brian Wilson a Grimes passando per Pharrell Williams.

3. Low – Double Negative
Il tradizionale suono del trio del Minnesota rimasticato da un magma digitale: un’opera di rottura, forse di passaggio, ma di profondo fascino.

2. Shame – Songs Of Praise
Attitudine brit gettata in uno slabbrato calderone post punk: degli Idles più sguaiati, liberi e ubriachi.

1. Julia Holter – Aviary
Un piccolo viaggio fatto di incubi, sogni, archi e melodie infestate. L’opera più progressiva ed eterea di Julia Holter.

 

Francesco Giordani

5. Anna Calvi – Hunter
L’avevo un po’ dimenticata Anna ma lei, puntualissima, mi è letteralmente venuta a cercare. E lo ha fatto con un disco bellissimo, che parla da solo e dice tutto quello che deve dire a testa alta, guardando negli occhi l’interlocutore. Un poema guerresco, un manifesto morale, un atto d’amore e di perdono, Hunter ha il suono di un secondo esordio, anzi di una seconda nascita, per un’Anna che, finalmente, è diventata sé stessa.

4. Parquet Courts – Wide Awake!
I Parquet Courts scelgono, parole loro, il calcio totale all’Olandese e mettono a segno un disco felicissimo, promesso al trionfo. Wide Awake! effettivamente gioca la sua partita sonora a tutto campo, con stile fluido e spumeggiante, sempre dinamico, tutto repentini cambi di fronte, palleggio serrato e ripartire a testa bassa. In panchina c’è del resto una vecchia volpe della tattica come Danger Mouse. Nel via-vai di spettacolari giocate i newyorchesi frullano di tutto: i Velvet Underground, i Feelies, gli Stranglers, i Modern Lovers, i Pavement, il neo-Garage anni Duemila. Dalle tribune si alza un coro: punk is not dead!

3. Daniel Blumberg – Minus
Comprai il disco dei Cajun Dance Party, la prima band di Daniel Blumberg, quando uscì, nel 2008. Erano quelli anni ancora floreali, bellissimi (sebbene in larga parte lo ignorassimo), come titolo e copertina del citato album del resto suggerivano. Oggi Blumberg torna, non più giovane e senza fiori nelle maini, con un lavoro di notevolissimo impegno compositivo, un disco di pura testimonianza, che ricorda nell’intonazione sconsolata l’ultimo Mark Hollis e nel tratto (del resto Blumberg è anche pittore) quasi Egon Schiele. Pelle d’oca e lacrime a fior di guancia, mentre il pensiero corre subito a quei miei pomeriggi di inizio Millennio che velocissimi precipitavano dentro le canzoni dei Red House Painters come in un limbo senza fondo. Un limbo che, se non guariva l’anima, almeno le regalava l’illusione di una pace infinita.

2. Arctic Monkeys – Tranquillity Base Hotel & Casino
Dopo una serie di prove discografiche via via più pigre e sbiadite, che lasciavano in tutta franchezza presagire il peggio, sir Alex Turner, con ogni probabilità il songwriter inglese più dotato della sua generazione (che è poi anche la mia), ha insperatamente ritrovato la “vena” migliore, firmando un lavoro maiuscolo, pienamente riuscito. Luminoso di una balbettante magniloquenza tutta sua, Tranquillity Base Hotel & Casino è un villone hollywoodiano con piscina, il luogo del delitto perfetto, un po’ laccato un po’ claustrofobico, egomaniacale e insopportabilmente istrionico, talvolta romantico e più spesso perverso. Sicuro picco poetico di una carriera raddrizzata.

1. Shame – Songs of Praise
Sono felicissimo che il mio disco dell’anno sia un esordio, non accadeva da tempo e lo prendo per un segno benaugurante. Negli Shame ho ritrovato innocenza, freschezza, arroganza, immaginazione, libertà, testardaggine, gioco, come nei primi Oasis o, per l’appunto, nei primissimi Arctic Monkeys. Il miracolo di una giovinezza in atto, che si auto-descrive e si fa romanzo sonoro nell’istante stesso del suo fiammeggiare. Brividi. L’album mi ha accompagnato fedelmente lungo tutto il mio 2018, impregnandolo e impregnandosene. Ciliegina sulla torta il memorabile concerto toscano di fine estate che, ce ne fosse mai stato il bisogno, ha aggiunto alla meraviglia del disco il puro spettacolo della band in carne e ossa, su un palco, qui, adesso, offerta in sacrificio solo per noi.

 

Agnese Sbaffi

5. Ex:re
Lei è la voce dei Daughter in versione senza i Daughter. Incisiva e delicata sì, e più libera nello sperimentarsi. La capacità di sentire, di concentrarmi e rilassarmi che regala ben si abbina allo stato di tensione che le festività portano con sè. Miglior ultimo album!

4. Nu Guinea – Nuova Napoli
Quota italiana in classifica. Li ho sentiti casualmente a maggio a Napoli (il 9 maggio …!) e, nonostante occupassero un palco che stava per essere calpestato da un altro attesissimo artista, sono riusciti a catturare la mia attenzione. Da allora hanno regalato ritmo e vitalità a lunghe giornate primaverili.

3. Tunng – Songs You Make at Night
Li ho scoperti tutti insieme con questa uscita: era estate e ogni cosa brillava di luci e colori, si ammorbidiva di calore e sudore. Hanno portato entusiasmo e frenesia, movimentato e alleggerito i bollenti mesi estivi.

2. Low – Double Negative
I Low non li conosco poi così bene. Mi regalarono un disco molti anni fa e dedicai al dono e al suo contenuto un grande affetto, non riuscendo però mai ad andare oltre quei 12cmx12. Ascoltando il nuovo album mi è venuta una gran voglia di recuperare la lacuna e perdermi per un po’ in quell’atmosfera ipnotica e dissonante.

1. Amen Dunes – Freedom
La mia prima recensione TRISTE©, un nuovo amore musicale dopo molto tempo, il principio di un sacco di cose belle. Una voce delicata e pungente, la musica intensa e ritmata. Poi tutto è stato un po’ meno.

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