Red Red Eyes – Horology

Horology

Francesco Amoroso per TRISTE©

Passerò per il solito vecchio trombone, ne sono consapevole. Farò l’effetto di quel vecchio Zio che ogni volta ci racconta la stessa storia, si ripete all’infinito e vagheggia (e vaneggia) i tempi andati come un’età dell’oro oramai lontana e dimenticata.
Correrò il rischio. Del resto questa rappresentazione non è poi così lontana dalla realtà.

C’era una volta un’epoca nella quale i dischi si compravano a scatola chiusa o quasi. Anche quelli degli esordienti. Bastava leggere una recensione interessante, ascoltarne un brano eccitante e il gioco era fatto. E quando si ascoltava per la prima volta un album nuovo, il brivido della scoperta andava di pari passo con il timore di aver investito in maniera sbagliata la sudata paghetta.

Sono anni, naturalmente, che questo non mi accade più, vista l’estrema semplicità con la quale abbiamo tutti accesso alla musica e la possibilità di acquistare solo ciò che già sappiamo soddisfare i nostri gusti.
Ma, come ogni anziano che si rispetti, ogni tanto mi viene nostalgia di quelle emozioni quasi dimenticate.

E così, seppure sempre più saltuariamente, oso.

Qualche mese fa, sulla pagina bandcamp dell’etichetta Where Its At Is Where You Are (o, più semplicemente WIAIWYA) ho ascoltato un brano dal titolo Untold, di una sconosciuta band inglese chiamata Red Red Eyes. Sono rimasto folgorato: in un mondo ideale, ho pensato, una canzone del genere verrebbe suonata in ogni radio, ad ogni ora del giorno e della notte e tutti la adorerebbero; una canzone tesa e sognante, un dreampop barocco con uno sviluppo melodico che richiama un po’ il suono dei Broadcast e un po’ i Beach House più rilassati, con la voce calma, calda e cullante della cantante che si sposa alle chitarre vibranti e alle tastiere dal suono retrò.

Quando, qualche tempo dopo è uscito un altro brano, Empty Land, ho capito che il mio sentimento nei confronti degli sconosciuti inglesi sarebbe potuto essere qualcosa di più di un semplice flirt.

Ciò che però mi ha definitivamente convinto a fare il grande passo e acquistare l’album (in pre-order!), avendone ascoltato solo due brani, è stata la descrizione che i Red Red Eyes fanno del loro album d’esordio, Horology, sulla pagina bandcamp: “If you like the idea of Tracey Thorn fronting the Banshees, Insides at their dreamiest, Pale Saints at their droniest, Lush at their spookiest, or Strawberry Switchblade at their most melancholy, then this might just be the album for your summer!

Tracey Thorn, i Pale Saints e le Lush nella stessa frase (per tacere degli altri)? Non ho resistito!

Quando poi è arrivato l’album, più che concentrarmi sulle sensazioni di una volta, sono stato letteralmente travolto dai suoi suoni e dalle sue canzoni (e ho scoperto che la descrizione, per quanto roboante, era piuttosto accurata).

I Red Red Eyes sono Laura McMahon e Xavier Watkinsche, mentre suonavano insieme nel gruppo psichedelico Violet Woods, hanno iniziato a lavorare sulle canzoni della McMahon, spinti dalla comune passione per le colonne sonore del passato.
Horology, preceduto solo da un singolo lo scorso anno, è un lavoro spesso oscuro e ipnotico, nel quale la voce morbida di McMahon viene accompagnata dalla delicata chitarra elettrica di Watkins e da un tappeto di tastiere sognanti.

E’ un album “cinematografico” (non sono mai certo che la parola inglese “cinematic” corrisponda perfettamente all’italiano “cinematografico”, ma accontentiamoci…) pieno zeppo di droni seducenti e di canzoni bellissime (Control, The Watch Thicks On, Wildfires, ma si dovrebbe citarle tutte) dal suono intricato, vibrante e magnetico. Ci sono accenni di psichedelia, un pizzico di krautrock, cascate di dreampop, chitarre che “possono essere piuma e essere ferro” (semicit.), la voce morbida ed eterea di Laura che conferisce all’intero lavoro un’aura eterea e irreale, ultraterrena, quasi mistica e una qualità di scrittura che non si sentiva da tempo.

Un album d’esordio impressionante.
Impariamo a osare, almeno ogni tanto.

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