Advance Base – Animal Companionship

Agnese Sbaffi per TRISTE©

Secondo M. Recalcati l’opera d’arte si confronta con ciò che si sottrae all’immagine, quindi come rappresentare l’irrappresentabile? Come raffigurare l’irraffigurabile? Come esprimere l’inesprimibile?

Perchè è ovviamente questo che cerchiamo più o meno tutti, più o meno consapevolmente. Qualcuno o qualcosa che ci traduca in pensiero e parole di senso compiuto. Una trascrizione, un riconoscimento.

Non sono io che vedo l’opera ma è lei che mi vede, è il libro che mi legge ed è il disco che mi ascolta.

E’ con questi presupposti che mi faccio ascoltare da Animal Companionship, l’ultimo lavoro di Advance Base, quel ragazzotto cresciuto a Chicago anche conosciuto come Casiotone For The Painfully Alone.

Dieci piccole storie che esplorano la relazione che lega l’umano al cane, e viceversa, dove la presenza cinofila diventa metafora di un bisogno di cura, di attenzione e comprensione che forse i cani meglio degli uomini riescono a riconoscere e compensare.

Dieci brani avvolti da seducenti droni e trame di synth, da morbidi arpeggi di piano elettrico e drum machine, che ricreano uno scenario ipnotico per le narrazioni liriche e baritonali di Owen Ashworth. Una conversazione malinconica ma non senza speranza, una saudade nordamericana curiosa, vitale e carica di potenzialità.

Il potente e lento incedere del pianoforte e il riverbero profondo sono l’eco del tempo che inevitabilmente accompagna l’elaborazione del lutto, la distanza temporale permette di riconoscere un vero amore e accettarne la fine anche se è stato il destino a portarlo lontano. Quel che rimane è una dolce malinconia per il grande amore adolescenziale perduto in un incidente stradale; quel che rimane, ora, ha il nome di un cane (True Love Death Dream).

Animali da compagnia che mancano più dei loro proprietari, solitudini ricercate e desiderate che a tratti pungono come sensi di colpa, cani salvati da case in fiamme e problemi di dipendenza dall’alcol; un mondo fatto di brevi immagini che si animano di sentimenti contrastati e contrastanti, dove la costante sembra essere l’approccio riflessivo che accompagna verso una sana accettazione degli eventi, non senza nostalgia ma con la capacità di goderne.

Dopo la cover dei Magnetic Fields ad aprire uno spiraglio di smaccato ottimismo pop (You&Me&The Moon) e l’interludio strumentale di Walt’s Fantasy, una ballata dondolante abbina il resoconto semplice e rassicurante di una mattinata qualsiasi con la mondanità della vita di coppia passata. Un modo di abbracciare i piaceri semplici del presente e il lucido ricordo di una mente che sa viaggiare nel tempo senza farsi abbattere dai fallimenti. C’è qualcosa di epico nel riconoscimento che delicatamente viene tradotto in un ritmo profondo puntellato di rintocchi leggeri (Rabbits).

Chiude il disco Answering Machine, un racconto tenero e pieno di calore: una ragazza lascia dei messaggi vocali al suo cane mentre è a lavoro, lui li ascolta e porta vicino al telefono i suoi giochi. Come una leggera ninna nanna ci saluta avvolgendoci di magica nostalgia.

L’atmosfera intima e le storie accattivanti rendono l’ascolto di questo LP una carezza rigenerante e Ashworth un veterano del bedroom pop. Così, mentre le ultime note si dissolvono nella stanza, mi torna in mente un passaggio di Rayuela (J. Cortazar):

– Tu, – disse Gregorovius, guardando per terra, – tieni le carte coperte.
– Cioè?
– Non so, lo intuisco. Da quando ti conosco non fai che cercare, ma dai l’impressione che nascondi in tasca quel che cerchi.

E poi mi lamento che dormo male.

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