Fergus – Purple Road

fergus

Francesco Amoroso per TRISTE©

Pur non essendo affatto religioso (anzi pur tendendo ad ignorare la religione in ogni sua forma ed espressione), saltuariamente mi capita di entrare in una chiesa (di solito per ammirarne le opere d’arte o l’architettura) e rimanere profondamente colpito dalla sua atmosfera raccolta e austera, se non addirittura mistica (ma, essendo troppo materialista, sarei in difficoltà a usare questo termine).

Capita raramente con le grandi cattedrali e con le chiese barocche che, per quanto piene di mirabili opere d’arte, ostentano di solito una certa tracotante opulenza. Più spesso si verifica con piccole cappelle di campagna o con chiese in cittadine di provincia: buie, fresche, silenziose, composte.

L’ascolto quasi un anno fa di You Or Nothing, la canzone d’esordio di Fergus, giovane cantautore proveniente da Cambridge (ma ormai stabilitosi a Londra), mi aveva immediatamente portato alla mente proprio quel tipo di atmosfera: solenne e assorta.

Accadeva sia perché la splendida canzone poteva essere interpretata come un’elegia per una persona amata che non c’è più, sia perché, a quanto pare, gli anni formativi del giovane inglese sono stati spesi cantando e suonando professionalmente con cori ecclesiali e suonando il violoncello in varie orchestre: ascoltando la voce angelica di Fergus cantare i primi versi (“Lift me up/Then hang me out to dry/You may learn someday/It’s not about the time/Wrap me up/Lay flowers by my side/Icy depths/Waiting open wide”) si riconosceva immediatamente sia l’intonazione perfetta da “choir boy” che la sua formazione classica

A distanza di oltre un anno dall’uscita di quel brano, il cantante e compositore londinese ha finalmente pubblicato il suo Ep di debutto, Purple Road. Composto da cinque brani (tre dei quali, compreso You Or Nothing, già usciti come singoli) e due brevissimi intermezzi, l’Ep, che conferma l’immenso talento dell’artista inglese, è una fugace ma intensa immersione nella sua tumultuosa emotività fatta di vulnerabilità, dolore e angoscia e resa più accessibile e accettabile dalla malinconica bellezza delle sue composizioni.

Se nella già citata You Or Nothing, in Sinking e in Cruthches sono le semplici note di chitarra e gli arrangiamenti ridotti all’osso a esaltare l’incredibile cantato di Fergus, Willow e Nobody Knows risultano maggiormente complesse nella costruzione musicale e più vicine a un elegante suono mainstream.

Volendo rimanere sul paragone iniziale tra la musica di Fergus e la religione, non saprei, tuttavia, dove collocare il suo mentore e produttore: Jake Gosling. Famigerato artefice dell’incredibile successo di Ed Sheeran (ma ha lavorato anche con Lady Gaga, The Libertines, Nelly Furtado, Timbaland), Jake è stato lo scopritore di Fergus e ne sta accompagnando, passo dopo passo, la carriera. Fino a oggi la sua mano, sicuramente sapiente, ha permesso al giovane artista di esprimere la propria sensibilità e ne ha esaltato l’incedibile vocalità.

Temo, tuttavia, che da saggio consigliere spirituale possa tramutarsi presto in un demonio tentatore: Fergus ha talento e classe sopraffina e la lusinga di prendere qualche scorciatoia verso il successo mainstream, abdicando alla propria vocazione e al proprio credo artistico, è sempre dietro l’angolo.

Non vorrei mai che accadesse con la sua musica ciò che, tempo fa, è successo alla straordinaria dottrina d’amore, pace e compassione che il capellone di Nazareth andava predicando, fino a quando qualche furbacchione senza scrupoli se n’è appropriato per i propri malvagi scopi.

Nel frattempo, non pensiamo al peggio, e lasciamoci trasportare dalla ammaliante voce di un angelo.

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