Bon Iver – i,i

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Fiamma Giuliani per TRISTE©

Non c’è nulla di più rassicurante che restare rinchiusi nella propria comfort zone: ciò che è noto non spaventa, non fa mettere in discussione punti fermi, non destabilizza, non affatica. L’ipotetico e strisciante senso di noia insito nella reiterazione del conosciuto viene messo da parte per pigrizia o comodità e alla fine si apprezza la bellezza di andare sul sicuro.

Musicalmente parlando, nella mia comfort zone ci sono i cantautori alla Bon Iver prima maniera: un folksinger quasi archetipico, tutto chitarra acustica, voce e brani struggenti e intimisti, con uno strepitoso album di esordio concepito nei boschi del Wisconsin.

Dodici anni e tre album dopo, “i,i”, quarta prova di Justin Vernon, è parecchio lontana da questo stereotipo e, per certi versi, piuttosto spiazzante.
Si sente la distanza tra il cantautore quasi ascetico degli esordi, non solo per le tante collaborazioni he arricchiscono il suo lavoro, rendendolo un’opera collettiva; ci sono arrangiamenti vari che spaziano dalle cadenze jazz alle distorsioni elettroniche, creando un caleidoscopio di effetti sonori, atmosfere rarefatte e improvvisi crescendo di piglio quasi epico.

Tuttavia, tralasciando lo sconcerto iniziale e i comodi pre-giudizi, ci si rende conto che si tratta di un album in cui ogni dettaglio, ogni suono, ogni parola sono voluti in una curatissima ed equilibrata miscela tra musicalità e sperimentazione e che il sapiente assemblaggio di questi elementi crea un’alchimia possente.

Troviamo brani toccanti e solidi, come “Hey, Ma”, “Naeem”, la sognante “Faith”, canzoni dalle sonorità più scarne, arricchite solo dall’inconfondibile falsetto (“Marion”, “Holyfields”, “Salem”) e pezzi più sperimentali come “Jelmore” dalle sonorità cupe ed evocative, “We” e “U (Man like)” in cui si cimenta in atmosfere jazz e gospel.

“i,i” è poi il lavoro che chiude il cerchio del progetto in cui ogni album rappresenta una stagione: siamo arrivati all’autunno, momento di introspezione e passaggio. È l’opera con cui Bon Iver elabora il suo universo musicale dopo aver spaziato da un folk quasi paradigmatico alle sperimentazioni esasperate e in cui si vede la sua enorme capacità di creare uno stile personale e irripetibile, al netto di ammiccamenti e mode passeggere e senza snaturarsi.

Alla fine di questo metaforico anno, restano il songwriting essenziale e la modernità di questo autore che, partendo da atmosfere più tradizionali, ha saputo concepire un album innovativo e capace di sospendere il tempo dell’ascolto.

È sicuramente rassicurante adagiarsi nella propria comfort zone, ma avere il coraggio di uscirne e guardare oltre, mettendo a punto un linguaggio differente può proiettarci in mondi inattesi e affascinanti.

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