The Reds, Pinks and Purples – Uncommon Weather

Francesco Amoroso  per TRISTE©

Deve averlo capito, alla fine, Glenn Donaldson che condividere le proprie canzoni in rete senza pubblicarle su supporto fisico era veramente uno spreco.
Il suo progetto The Reds, Pinks and Purples, arriva da lontano: è il prosieguo della sua precedente band, The Art Museums, il cui breve percorso alla fine degli anni 2000 ha coinciso con il periodo più esplosivo della scena indie rock della Bay Area.

Deluso dallo scioglimento della band e dalla successiva tragica perdita del suo ex compagno di avventura, Josh Alper, Donaldson si è rifugiato in un suono DIY, con un progetto strumentale e concettuale chiamato FWY!, senza però mai smettere di scrivere canzoni pop, condividendole, si racconta, con gli amici via e-mail.

Solo tra il 2013 e il 2014, Glenn ha adottato il nome The Reds, Pinks & Purples per firmare i suoi brani più immediati e pop. Ciò nonostante le canzoni hanno continuato a rimanere in un limbo virtuale, condivise in brevi uscite di due o tre alla volta tramite bandcamp, un po’ neglette, scovate e conosciute solo dai maniaci del pop più lo-fi e artigianale.
C’è voluta la piccola etichetta Pretty Olivia Records di Alicante, in Spagna, per convincere Donaldson che era seduto sopra un forziere pieno di piccole e lucenti gemme e che tenerle per sé (e per pochi altri appassionati) sarebbe stato un delitto.

Così, nel 2019, è nato “Anxiety Art”, la prima raccolta, una spigolatura tra i tesori firmati The Reds, Pinks & Purples, album – uscito solo in vinile – che conteneva 14 dolci chicche e che ha allargato l’audience della creatura di Donaldson almeno a tutti gli amanti più attenti dell’inde pop di matrice Sarah Records-Creation Records.
Naturalmente il prolifico Glenn non ha mai fermato il continuo flusso di brevi e.p. condivisi su bandcamp e solo un anno dopo è stata l’etichetta londinese Tough Love a ripetere l’operazione di cernita e a regalare una nuova scintillante raccolta, “You Might Be Happy Someday“.

E’ probabilmente con questo lavoro che il progetto di Donaldson, basato sugli elementi più incontaminati della musica pop (melodie cristalline, testi pieni di spleen e ironia, ritornelli che non lasciano scampo) è arrivato a compimento e non tanto per le magnifiche canzoni, che rimangono sempre bozzetti deliziosamente autoprodotti e registrati in solitudine, quanto nel suo lato estetico e contenutistico: Donaldson racconta, per suoni, parole e immagini, il punto di vista di un artista di San Francisco, anzi di un artista di Richmond, quartiere che, infatti, compare sempre sulle copertine dei suoi lavori.

Il terzo album di The Reds, Pinks & Purples, si chiama “Uncommon Weather”, ed è ancora una volta un ritratto di Richmond, ma, come sempre anche uno studio, approfondito e portato avanti con il giusto distacco, dell’animo umano.
La musica di Donaldson non ha preso strade differenti, l’interesse improvviso di una nicchia di appassionati musicali e il supporto di un’etichetta un po’ più ambiziosa non l’ha distolto dalle sue chitarre, dalla batteria elettronica e dalle sue registrazioni a bassa fedeltà nella cucina di casa, ma la possibilità di un supporto fisico, gli ha permesso di articolare le sue idee anche come espressioni visive.
Stavolta, dopo il vinile rosa, è il turno di un vinile di colore verde pastello e di un inserto monocromatico che documenta, con fotografie che sembrano uscite da una fanzine anni ottanta, il solito distretto di Inner Richmond di San Francisco: i colori tenui e le composizioni disabitate si dispiegano in una serie di immagini che sembrano prese all’alba, e che richiedono il calore della voce profonda di Donaldson per acquistare vita e calore.

“Uncommon Weather”, composto da tredici brevi canzoni melodiche con quasi nessuna delle tracce che dura più di tre minuti, arriva a breve distanza da “You Might Be Happy Someday” e ci permette di colmare un’assenza della quale, subissati da musica nuova ogni ora, non ci eravamo, forse, neanche resi conto.
Quella di una musica elementare eppure indispensabile, di melodie dolci e confuse che, senza trucchi e senza inganni, possano affascinarci e renderci dipendenti, ritornelli che sembrano essere dimenticati dopo un attimo e che, invece, tornano a infestare (piacevolmente, s’intende) la nostra mente. Colma, insomma, l’assenza di classici pop senza tempo e senza complicazioni.

Ad accoglierci e farci sentire a nostro agio è sempre la voce intima e calda di Glenn, il suono jangly delle sue chitarre, il metronomo della batteria elettronica, tuttavia, il livello compositivo è ancora più elevato del solito. Tranne una traccia di chitarra e il basso in “I’m Sorry About Your Life”, Donaldson ha registrato ogni nota, ma è facile dimenticare che si tratti di un progetto lo-fi: queste canzoni sono state realizzate con tanta cura nel songwriting che è inevitabile prescindere da qualsiasi altra considerazione.
Brani quali “Don’t Ever Pray In The Church On My Street”, nella quale Glenn racconta come ci si sente ad essere dominati dal terrore, l’ironica (sarcastica?) “I’m Sorry About Your Life”, scherzosa ballata sull’attuale relazione di un ex amante, la riflessiva “Biggest Fan” che affronta il disagio che si prova con le persone che si sono amate, la magnifica “The Record Player And The Damage Done”, con i suoi evidenti richiami a Neil Young e la sua melodia così uderstated, la conclusiva agrodolce “Sympathetic”, l’amara “A Kick In The Face (That’s Life)” ci presentano un autore maturo, spavaldamente convinto dei propri mezzi e orgogliosamente legato ai propri stilemi musicali.

Senza proclami, senza fronzoli, Donaldson va al cuore del proprio discorso ma, pur mettendo a nudo la fallacia degli esseri umani, non si erge a loro censore, ne comprende l’agire e si offre come compagno di viaggio con il quale condividere il percorso, per quanto accidentato esso possa essere.
“Uncommon Weather” è l’ennesimo capolavoro di The Reds, Pinks & Purples, ma è talmente schivo e semplice che molti lo scambieranno per un trascurabile dischetto indie pop senza pretese.
Invece Glenn Donaldson sta costruendo, canzone dopo canzone, la propria epica interiore e, al contempo, un affresco della sua città degno di Armistead Maupin e dei suoi “Racconti di San Francisco”.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...