Circuit Des Yeux – -io

Francesco Amoroso per TRISTE©

Non so se capita anche ad altri, ma personalmente, da qualche tempo a questa parte, tendo ad adagiarmi, nei mei ascolti, su sonorità che riescono ad accompagnare le mie attività quotidiane senza essere troppo invasive o disturbanti. Privilegio, così, artisti e musicisti che, pur esprimendo – almeno dal mio punto di vista – tutto il loro talento e la loro personalità, lo fanno con una certa pacatezza o con sonorità a cui sono maggiormente abituato.
Questo atteggiamento, tuttavia, rischia di farmi perdere una grande fetta di produzione musicale, che sarebbe almeno altrettanto degna di attenzione, per il solo fatto che le caratteristiche espressive scelte da alcuni artisti mal si conciliano con un ascolto disattento o non sono adatte a qualsiasi momento della giornata o umore.

La produzione musicale di Haley Fohr, in arte Circuit Des Jeux, è un esempio evidente di quanto sto provando a spiegare: le sue composizioni, articolate, impegnative, spesso stranianti e dissonanti, non sono adatte ad essere fruite distrattamente, né, tantomeno, in qualsiasi mood ci si trovi.
E questo vale anche per il suo ultimo album, -io, per quanto, in alcuni passaggi, sia il più accessibile della sua produzione.

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(Make Me a) TRISTE© Mixtape Episode 50: French For Rabbits

French For Rabbits (by Lily Paris West)

Aotearoa’s French for Rabbits create music that feels like it has been crafted from the fabric of the New Zealand landscape – all salty waves, isolated coastlines, grains of sands and expansive skies. It is intimate and expansive, welcoming and wary, poetic but piercing. Based on the creative vision of songwriter, producer and pianist Brooke Singer, the project came to life when she started working with guitarist John Fitzgerald in the small coastal township of Waikuku Beach back in 2012. His minimalist but shimmering guitar lines proved to be the backbone of their early work, and over the years the band has blossomed outwards to include the considerable talents of multi-instrumentalists Ben Lemi (Trinity Roots, Dawn Diver) and Penelope Esplin (Grawlixes) alongside drummer Hikurangi Schaverien-Kaa. Together, they have released four records: the wonderful EP Claimed by the Sea in 2012, the debut album Spirits in 2014, The Weight of Melted Snow which was released in 2017 in New Zealand and in 2019 in the rest of the world, and The Overflow which was out in November via AAA records (NZ/AUS), Reckless Yes (UK) and A Modest Proposal (Italy).

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Tasha – Tell Me What You Miss The Most

Francesco Amoroso per TRISTE©

La categoria dei cosiddetti Break-Up Albums, gli album che sono ispirati e che parlano della fine di un rapporto amoroso, è affollatissima ed eterogenea.
Praticamente chiunque si è cimentato nello scrivere un album che racconti di abbandoni, separazioni forzate, perdite dell’amore e fine di una relazione.
In rete si trovano decine di classifiche dei migliori “break-up albums” di sempre e ci si possono trovare Frank Sinatra e i Radiohead, Lorde e Bruce Springsteen, Adele e Nick Cave, addirittura gli Slowdive (anche se il più gettonato rimane Rumors dei Fleetwood Mac).
Sembra, insomma che, quale che sia il tuo genere di musica di riferimento, devi, in carriera, scrivere almeno un album sulla fine della tua relazione. ma non è difficile: si sa che gli artisti hanno vite sentimentali di solito burrascose (ad eccezione, forse, di Robert Smith dei Cure, che sta con Mary da quando era ragazzino, eppure, con Disintegration, magari scritto in un momento di crisi del rapporto, è riuscito anche lui a entrare nella categoria dei break-up albums).

Se ne deve dedurre, quindi, che la fine di una relazione sia un argomento trito e ormai fin troppo sfruttato? Potrei propendere per una risposta positiva, se non fosse per l’uscita, recentissima, del secondo lavoro dell’artista chicagoana Tasha, Tell Me What You Miss The Most.

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Starlight Assembly – Starlight And Still Air

Francesco Amoroso per TRISTE©

I’ll hold this moment
In my mind’s eye
A heartbeat
A tension
A moment

Correva l’anno 1986 ed io, giovane di provincia ai primi passi nella musica indipendente, mi innamorai perdutamente della voce di Dominic Appleton.
L’avevo scoperta con il primo album della sua band, i Breathless, titolato The Glass Bead Game – titolo preso da uno dei romanzi di Herman Hesse che, all’epoca, andavano per la maggiore tra gli adolescenti che volevano mostrarsi impegnati – che qualcuno mi aveva registrato su una cassetta.

La musica della band inglese mi risultò ostica al primo impatto, ma la voce di Dominic mi colpì immediatamente e, così, quando mi capitò di ascoltarla nuovamente, poco dopo, impegnata a cantare ben tre brani in quel capolavoro di Filigree & Shadow, seconda opera a firma This Mortal Coil, l’amore era cosa fatta.
Nella mia lunga esperienza di ascoltatore, mi è capitato raramente di imbattermi in voci altrettanto capaci di caratterizzare una canzone e di imprimersi nel DNA di una band come accade con la voce di Dominic, con il suo timbro nasale, il suo incedere cantilenante, i suoi sottili difetti di pronuncia che le conferiscono ancora maggiore personalità e unicità.

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Chime School – Chime School

Tiziano Casola per TRISTE©

Contrariamente a quando ero ragazzino non provo oggi più alcun interesse nell’andare ad informarmi sulla storia che si nasconde dietro un disco o una band (raccolgo già informazioni precise tutti i giorni per le mie ricerche dottorali, dunque non ne ho alcuna voglia di farlo nel tempo libero), ma ho una sensazione riguardo questo album a nome Chime School.
Andiamo a verificare su Google e… sì, ok, ci ho preso, bene!
Chime School è il progetto solista di Andy Pastalaniec, in passato membro di varie band californiane e via dicendo.
Non c’è nulla di male nel farsi le canzoni da sé, sia chiaro, anzi un tempo questo approccio mi piaceva molto. Solo che, ecco, in un mondo in cui i progetti musicali somigliano sempre più a profili social, riesco solo a desiderare i gruppi, le band.
Le band come ultima traccia di un’epoca senza smartphone, senza prosumer e in cui si suonava più che altro insieme agli altri. Nel bene e nel male, con annesse tutte le litigate e le insoddisfazioni di rito, ma almeno si aveva la certezza di un’interazione.

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