Theory Of Ghosts – EP1

Francesco Amoroso per TRISTE©

Music won’t save you from anything but silence/ Not from heartbreak, not from violence

Let’s shut the lid on this/ Let’s move this rock and seal this cave/ ‘Cos this show has over-run/ I am done, I am done, I am done/ I’d rather stick a sword in my eye/ Than go through this again/ I am moving to Alaska/ I am moving to the moon/ But you never get/ No, you never get/ Closure
(G. Johnson)

Nonostante sia uno dei miei parolieri preferiti di sempre, non sono d’accordo con Glen Johnson quando afferma che la musica non possa salvarti da nulla fuorché dal silenzio. A me la musica mi ha sempre salvato da tutto (pleonasmo voluto), forse anche dai numerosi danni che la musica stessa mi ha causato.
Perciò, nonostante un caro amico abbia preso a prestito il verso per dare il nome alla propria webzine, reputo che questa considerazione sia semplicemente il tentativo da parte di un artista fin troppo sensibile di mostrarsi cinico per non risultare fragile e indifeso. Tentativo malriuscito (seppur riuscitissimo dal punto di vista della metrica e musicale) perché (al pari dell’ I Don’t Love Anyone dei Belle And Sebastian) dimostra sostanzialmente il contrario.

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The Murder Capital – Gigi’s Recovery

Francesco Giordani per TRISTE©

L’infausta notizia della morte del grande, grandissimo Tom Verlaine (a così pochi giorni peraltro da quelle, non meno impreviste, di Jeff Beck e David Crosby…) mi ha costretto a tornare a riflettere su una delle categorie tassonomiche più sfumate, a tratti francamente indecifrabili, del contemporaneo bestiario musicale: post-punk. Cosa designa, esattamente? E quel che designa, stricto sensu, è veramente lo stesso oggetto musicale a cui ci si riferisce quando oggi si sceglie di appellare una nuova canzone o la band che la intona “post-punk”?

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Ryuichi Sakamoto – 12

Peppe Trotta per TRISTE©

Avvertire costantemente la presenza del vuoto, sentire in modo prepotente la caducità della vita è un motore emotivo potente quanto incontrollabile, forza che può spingere in direzioni diverse con impeto mutevole.
Nell’esperienza di Ryuichi Sakamoto l’ombra profonda derivante dalla lotta prolungata con il cancro si è tradotta nell’ultimo decennio in un fare artistico diluito, ma anche di rara intensità. Lo ha testimoniato l’eccellente async  – risalente a ben sei anni fa – e ne è prova tangibile il nuovo 12.

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Complete Mountain Almanac – Complete Mountain Almanac

Francesco Amoroso per TRISTE©

Sarà una questione anagrafica, ma a me la parola Almanacco fa venire in mente solo una cosa: l’Almanacco del Giorno Dopo. era un programma “preserale” (dubito che allora si usasse questo termine, comunque) che iniziava con con l’indicazione delle effemeridi del sole e della luna, cioè dell’orario in cui sarebbero sorti e tramontati il giorno successivo, seguite dal santo del giorno e dalla rubrica “Domani avvenne“, con filmati storici, dedicati a un fatto accaduto in passato nel giorno dopo.
L’Almanacco del Giorno Dopo, con la sua sigla, le sue rubriche sempre uguali e dal sapore lontano di Italia rurale e bigotta, mi facevano sentire al sicuro e ora, inevitabilmente, mi rimandano a un passato idilliaco (naturalmente solo immaginato e non vissuto, visto che stiamo parlando degli anni di piombo…).
Sento la parola Almanacco e mi sento rasserenato.

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Gaz Coombes – Turn The Car Around

Francesco Giordani per TRISTE©

Ripenso agli anni 90, con le pupille ancora foderate dei fotogrammi malinconicamente opalescenti, crepuscolari di Aftersun, mentre da Spotify fa capolino la copertina del disco d’esordio degli Italia 90 -competizione di cui serbo un unico ma assai preciso ricordo: la statuetta di Gianluca Vialli, in equilibrio su una gamba sola, “pietrificato” in icona portatile giusto un attimo primo di calciare un pallone già destinato alle rete. Qualcuno, per qualche motivo, mi regalò quella statuetta comprandola all’interno del policlinico Gemelli di Roma, forse mentre aspettavo di far visita a mia nonna, da poco operata (peraltro proprio alla gamba).

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