Francesco Amoroso per TRISTE©
“There’s a point when you go with what you’ve got. Or you don’t go“
“To free us from the expectations of others, to give us back to ourselves – there lies the great, singular power of self-respect.“
(Joan Didion)
“E’ uscito il nuovo album di Andrew Bird. E’ il suo dodicesimo? Il tredicesimo? Quanti ne ha fatti negli ultimi quattro anni? Quattro? Cinque? Ho ascoltato i singoli. Carini“.
Potrebbe essere questa – lo dico con un pizzico di vergogna, perché uno degli interlocutori potrei essere io- una conversazione standard tra due appassionati -ma distratti- ascoltatori di musica folk.
Sì, perché quando un artista come il polistrumentista e cantautore Andrew Bird arriva ai vent’anni di carriera, tutti, anche i più attenti, finiscono per darlo un po’ per scontato, per credere di conoscerlo già, di non aver bisogno di ulteriori approfondimenti per apprezzare la sua opera, di non necessitare ascolti attenti per giudicare le sue nuove uscite.
Si finiscono per ascoltare i singoli che anticipano l’album, magari un rapido passaggio su quella piattaforma streaming dal logo verde e nero, un secondo passaggio, se proprio il primo, distratto, è stato piacevole. E poi si passa oltre.
C’è tanta musica da ascoltare e così poco tempo. Artisti prolifici (e affidabili) come Andrew Bird finiamo per darli per scontati.
E, invece, mai darei per scontato uno come Andrew Bird.




