Ben Eisenberger – Soloists

Francesco Amoroso  per TRISTE©

“You know that I’m a wanderer/
I fixate on uncertainty/
But everywhere I go, I carry you with me/

How’s it there in your hometown 10,000 miles across the sea/
Just hoping that you know/

you’re everything to me.”

Quando ero bambino rimasi terribilmente affascinato dalla storia di quel soldato giapponese cui, verso la fine della seconda guerra mondiale, era stato ordinato di ostacolare l’avanzata nemica su un piccolo atollo perso in mezzo al Pacifico e di non arrendersi, a costo della sua stessa vita. Non avendo più ricevuto alcun ordine o alcuna notizia, il soldato giapponese continuò a combattere, prima con alcuni commilitoni e poi da solo, fino al 1974 quando il suo diretto superiore si recò sull’isola per convincerlo ad arrendersi e lo riportò in Giappone, dove venne accolto con tutti gli onori dal governo del proprio paese.

Mi è tornata in mente questa storia che mi ha sempre risuonato nel cervello, ascoltando “Soloist”, il nuovo lavoro del musicista di Omaha Ben Eisemberger, che ho pescato, quasi per caso, tra le centinaia di segnalazioni e richieste di ascolto che ci giungono ininterrottamente.

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Nick Cave – Idiot Prayer: Nick Cave Alone at Alexandra Palace

Francesco Amoroso  per TRISTE©

Quanto tempo è trascorso dall’ultima volta che avete visto un concerto dal vivo?
Per quanto mi riguarda lo so esattamente: tra dieci giorni saranno trascorsi 10 mesi.
Tra i tanti tour annullati, saltati, rimandati, in questo lungo tempo ho perso anche l’occasione di rivedere dal vivo Nick Cave, che sarebbe dovuto passare dalle mie parti questa estate. E, invece, anche Cave e i suoi Bad Seeds hanno, naturalmente, dovuto annullare le tappe europee e americane del loro tour mondiale, che si preannunciava come una produzione spettacolare che avrebbe incluso addirittura un coro gospel al gran completo.

Come hanno fatto tanti artisti molto meno noti e quotati di lui, anche Nick, tuttavia, ha pensato bene di alleviare la nostra attesa e ammannirci un succedaneo della sua performance live (di solito profondamente coinvolgente e trascinante).
Naturalmente (e non poteva essere altrimenti, visto che il buon Nick è uno che si prende sempre piuttosto sul serio) non si è limitato a mezz’ora di live dal suo tinello, ripreso con una telecamera fissa e un microfono da cinquanta euro, ma ha fatto, come solito suo, le cose in grande.

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Holy Motors – Horse

Francesco Blasilli  per TRISTE©

Questo disco è struggente, perché in questo disco c’è tutto quello che non possiamo avere adesso.
Le praterie dove allungare il nostro sguardo fino all’orizzonte. La libertà di correre a perdifiato. L’aria talmente pura da diventare rarefatta.

“Horse” è un disco folk che evoca talmente bene il suo titolo che dopo due canzoni ti immagini a cavallo, anche se a cavallo non ci sei mai stato.
E, udite udite, sono talmente distratto che non mi era accorto che il disco si intitolasse proprio “Horse”.

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Bill Callahan – Gold Record

Peppe Trotta per TRISTE©

Uno sguardo sul passato, un pensiero che corre al tempo trascorso, non è mai necessariamente un atto semplicemente nostalgico, soprattutto se si riesce a viverlo come un momento di connessione col presente indirizzato ad un futuro prossimo. Se così vissuto diventa un frangente propositivo, una spinta a progredire e a migliorarsi, di trovarsi consapevoli di sé e di ciò che si vuole essere.

Di una tale fertile prospettiva si nutre “Gold Record”, nuovo lavoro di un ritrovato Bill Callahan che giunge quasi inaspettato a poco più di un anno dall’ambizioso e introspettivo “Shepherd in a Sheepskin Vest” che ne segnava il ritorno all’attività dopo un lunghissimo iato.

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Better Person – Something To Lose

Francesco Giordani per TRISTE©

Periferia ed esclusione. Sono questi i primi due concetti che mi balenano sempre alla mente quando si parla di “rock”, entrambi peraltro intimamente intrecciati, e non è affatto un caso, ad un’idea del “fuori”. Si tratta di un discorso complesso da svolgere e sistematizzare, me ne rendo conto, che richiederebbe ben altro tempo e strumenti d’indagine più aguzzi di quelli offerti da un elzeviro fuggitivo.

Tuttavia, almeno agli occhi di chi scrive le righe che state leggendo, questi due elementi, periferia ed esclusione, quando si ragiona di rock, dovrebbero sempre esser tenuti in primo piano, ad individuare il nucleo “originario” della questione. Se il rock è una forma d’arte e di vita, lo è nella misura esatta in cui essa è periferica e “minore”. Di una minorità che non aspira a farsi egemone ma che rimane in qualche modo eterodossa, dissonante, straniera anche a sé stessa. Che rimane, come direbbero gli Inglesi, outsider.

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