Viet Cong – Viet Cong

Tra i miei buoni propositi per questo 2015 (non che ci creda molto o che ne abbia mai fatti in vita mia per il cambio di anno. A pensarci bene nemmeno questo è nato come buon proposito per l’anno nuovo) c’è il riuscire a svegliarsi presto la mattina. Direte voi: non è che sia impresa particolarmente ardua. Fidatevi, per me lo è.

In teoria uno step ulteriore di questo proposito sarebbe, dopo essersi svegliati, fare una mezzoretta di attività fisica prima di andare al lavoro. Forse sto davvero chiedendo troppo e l’unica cosa che riuscirò a fare sarà aggirarmi catatonico per l’ufficio e chiudere questa Pointless Experience rinunciando miseramente.

VietCong_VietCongQuella che invece non è una “esperienza inutile” (che sottile aggancio, eh?…ehm,scusate) è la strada percorsa da Matt Flegel e Mike Wallace che, dopo l’esperienza Woman, si sono uniti a Scott Munro e Daniel Christiansen per dar vita al progetto Viet Cong.

Apparso nel 2013 anno con l’EP Cassette, il quartetto di Calgary arriva all’inizio del nuovo anno con l’attesissimo self-titled debut. Otto pezzi cupi e “aggressivi” che ripagano appieno l’attesa.

La band prende le mosse dal filone post-punk, ma a differenza di altri gruppi contemporanei come i Parquet Courts che hanno rispolverato il lato più “svaccato” e ’90s di queste sonorità, i Canadesi danno vita a lavori dalle atmosfere dark che arrivano dirette come un pugno allo stomaco e sono sicuramente più vicine alle esperienze dei primi anni 80 (come testimonia anche la cover di Dark Entries dei Bauhaus presente nel precedente EP).

Ma, come spesso accade, sarebbe un grave errore limitare a queste etichette il lavoro di una band. I Viet Cong proprio con questo debut sottolineano tutta la propria “indipendenza” dando vita ad un suono personale e attuale.

La già citata Pointless Experience, Silhouttes e soprattutto la splendida Continental Shelf sono tre pezzi che aggressivi e disturbanti, mentre in March Progress la band si diletta in una piccola suite che parte da ritmiche incalzanti (quasi una techno in versione dark/punk) per terminare in un beatlesiano folk/psichedelico.

Il disco si conclude poi con la lunghissima Death (11′ 17”) per l’ultimo disperato grido, a richiamo forse anche della morte di Chris Reimer, compagno di Matt e Mike negli Woman.

Spero che i miei nuovi propositi (in questa combo sveglia-presto+attivita-fisica) non porti me alla morte. Se resisto proverò ad usare il debut dei Viet Cong come sveglia per trovare la giusta aggressività per affrontare le giornate.

 

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