Julia Brown – An Abundance of Strawberries

Forse è finalmente finito uno dei periodi più intensi (lavorativamente parlando) della mia vita. Ovviamente basteranno pochi giorni per trovare nuovi motivi di stress e disperazione (così, perchè mi piace essere una persona positiva e solare).

Quando sono veramente incasinato, a volte mi capita di lasciarmi trasportare dai ricordi, da quell’idea che l’infanzia fosse un periodo spensierato e gioioso che ora non c’è più (che poi chi se la ricorda davvero l’infazia?).

Insomma, come per i Beatles, le fragole della nostalgia.

JuliaBrown_AnAbundanceOfStrawberriesE se per il quartetto di Liverpool i campi di fragole dovevano essere infiniti, i Julia Brown si lasciano ricoprire da una “abbondanza” di ricordi. Sì, perchè questo disco che esce per Joy Void a Gennaio 2016 è inverità il vecchio “testamento” della band di Baltimora.

Registrato ed autoprodotto nel 2014, An Abundance of Strawberries segna anche la fine del gruppo capitanato da Sam Ray. Una fine bellissima, che giustamente merita di essere recuperata e raccontata, anche perchè a suo tempo questo secondo ed ultimo album dei Julia Brown passò abbastanza inosservato.

Le sonorità della band sono quelle di un indie-pop profondamente lo-fi, capace di spaziare dallo showgaze al bedroom pop, con aperture verso influenze anche più “ritmate”.

Se qualcuno (n.d.r. mettiamo solo le iniziali, F.A.) direbbe che certe cose le abbiamo già sentite coi Medicine, bisogna però ammettere che come per altre band attuali che viaggiano su queste sonorità (un primo nome che mi viene in mente sono gli ottimi A Sunny Day In Glasgow) se da un lato i riferimenti allo shoegaze anni ’90 è inevitabile, dall’altro si può notare come il fatto di essere negli anni ’10 del nuovo millennio abbia influito su questa nuova ondata di noise-pop.

E così’ oltre alle ottime melodie lo-fi di pezzi come All Alone In Bed o della “sporchissima” title-track, possiamo sorprenderci di fronte alle atmosfere di Snow Day (forse il pezzo più bello dell’album) che richiama echi islandesi (leggi Mum), o alla strumentale You Can Always Hear Birds che sembra una versione lo-fi della raffinata elettronica di Ernest Green (aka Washed Out).

E poi ci sono le ballad in puro stile bedroom pop come Abby’s Song, The Way You Want e la conclusiva Bloom, o la bellissima 25 Days (altra perla del disco) in cui la voce sofferta di Sam mi farebbe venire voglia di tirare in ballo gli Xiu Xiu (ma voi fate finta che non l’abbia fatto).

Se queste 13 canzoni sono il saluto della band, non possiamo che abbracciarlo in tutta la sua interezza come un ottimo lavoro che racchiude le diverse sfaccettature dei Julia Brown.

E magari guardare con un po’ di nostalgia al passato, aspettando che tornino le fragole.

 

 

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