Bea Sanjust – LAROSA

Francesco Amoroso per TRISTE©

Come premessa è necessaria un’ammissione di colpevolezza: ho difficoltà, da molti anni ormai, ad apprezzare la musica italiana. E con “italiana” non intendo solo quella cantata in italiano che si sente in radio o nei vari insopportabili “talent show”, né mi riferisco in particolare alla tanto vituperata (a ragione, mediamente) musica “indie” italiana.

Parlo proprio di musica registrata e prodotta in Italia, quale che sia il suo autore o stile. È uno dei miei tanti limiti, lo so.

LAROSA_COVER_BWCi sono delle eccezioni senza dubbio (basti pensare a tutto il catalogo della Lady Sometimes Records), però, a mia parziale discolpa, devo dire che nella maggior parte dei casi in Italia si tende a far prevalere la voce sulla musica (proprio facendola emergere eccessivamente nel mix), a infilare il più possibile qualche suono “di tendenza” (si dice ancora così? Devo rimettermi al passo con lo slang giovanile prima o poi), a privilegiare la melodia radiofonica al rigore e all’integrità dei suoni. Insomma il mio è chiaramente uno stupido pregiudizio, ma ho qualche, minima, attenuante.

Tutto questo semplicemente per parlare di un album scritto, cantato e suonato, oltre che prodotto e registrato in Italia. Ho scoperto la romana Bea Sanjust quando, ragazzina, se n’è andata a Brighton a collaborare con i musicisti del Willkommen Collective, incidendo con Shoreline e Moonshine Moonshine alcuni dei lavori più intensi e emozionanti di quel collettivo folk.

Rientrata alla base ha cominciato a suonare con vari musicisti della scena romana anche in ambiti diversi dal folk. Così quando mi ha prospettato l’uscita del suo primo album solista, con la collaborazione di Marco Fabi e Simone De Filippis, nonostante avessi avuto modo di apprezzare la sua bravura e la sua splendida voce, avevo, lo ammetto, qualche remora.

LAROSA, invece, ha spazzato via in pochi ascolti ogni mio dubbio e pregiudizio. Ideale punto di incontro tra il folk anglosassone e il cantautorato nostrano, sin dalla brillante scelta del titolo, l’album si compone di undici canzoni scritte nell’arco di otto anni, con la partecipazione di tanti musicisti tra Brighton e Roma.

I brani, indubbiamente figli del moderno folk britannico, non dimenticano l’anima “latina” di Bea, soprattutto in alcune scelte ritmiche e nel loro incedere che, in determinati passaggi (l’iniziale Sawdust è emblematica in tal senso), sembra discendere direttamente dal cantato liturgico nostrano.

Anche se il folk classico la fa da padrone con le cristalline Two Sisters, She Needs Me e Honey Bye Bye, a volte emerge qualche deriva piacevolmente psych (Marijuana), alcuni passaggi più rock (Julia) e addirittura un brano che, pur aspettando solo un remix da club (Twinkletkinklelittlestar), riesce a non stonare affatto nel complesso del lavoro.

Arrivano, poi, i sei eccezionali minuti della finale Kings (ennesima rielaborazione di un brano che accompagna la carriera della Sanjust sin dagli esordi), che, tra voce angelica (e mai troppo in evidenza), archi perfettamente arrangiati e raffinatissime sfumature sonore, figlie anche di una produzione eccellente, confermano come LAROSA sia un album convincente e affascinante, nel quale perdersi e dal quale farsi cullare.

E mi ricordano come i pregiudizi siano davvero dei pessimi compagni di viaggio e sempre tra i nostri peggiori nemici.

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