Montero – Performer

Vieri Giuliano Santucci per TRISTE©

Essere bravi a fare molte cose, a prima vista, sembra una cosa invidiabile.

A prima vista. Perchè spesso, soprattutto in tempi in cui sempre di più si va verso l’iper-specializzazione, quello che succede è che non potendo eccellere in tutte le cose in cui si hanno delle qualità, alla fine ci si ritrova a dover fronteggiare, in ogni singolo campo, qualcuno molto più bravo di noi.

Però al bar possiamo parlare più o meno di qualsiasi cosa con tutti.

In ambito artistico, però, forse è un po’ diverso. Una sensibilità variegata e un eclettismo nel veicolare la propria arte possono dar vita ad un surplus e a sfacettature che chi si concentra su poche cose (seppur ben fatte) non potrà mai raggiungere.

Forse è proprio l’eclettismo di Ben Montero la causa dell’ottima riuscito del suo nuovo album, Performer. L’artista australiano (ma ora residente ad Atene) è infatti forse conosciuto più per il suo lavoro di disegnatore e fumettista che di musicista.

Molte sono state le sue “collaborazioni grafiche”: da Mac DeMarco e Kurt Vile, a quelle con gli artisti della scena pysch australiana, ormai sempre più fiorente, ma entro cui Ben si è mosso sin dagli inizi.

E proprio dal fermento “aussie” Montero sembra prendere la sua vena psichedelica, che pervade tutto Performer così come il precedente esordio, The Loving Gaze (2013). Ma a differenza di band come Pond o Tame Impala, Montero mostra di avere una predilezione per atmosfere meno rock e più rarefatte, e sempre con un fortissimo gusto per la melodia pop.

Sin dalla opening track, Montero Airlines, passando per la (purtroppo) corta e splendida Running Race o la ballad Vibrations, Ben mostra tutto il suo amore per canzoni in grado di rimare nella testa già dal primo ascolto.

Certo non mancano variazioni, come le atmosfere 80’s di Aloha, Quantify o Destiny, così come pezzi in cui si strizza più l’occhio alle sonorità e alla spensieratezza dell’amico DeMarco (Caught Up in My Own World, Tokin’ The Night Away).

Se sicuramente il disco, nel suo complesso, è in grado di portare una buona dose di “good vibrations” all’ascoltatore, potrebbe essere un errore di superficialità il limitarsi alla prima impressione. Come avviene per le vignette di Montero, un tema ricorrente sembra percorrere le liriche di Performer: una certa malinconia e una certo senso di inadeguatezza verso il mondo e verso le aspettative degli altri.

Questo aspetto fortemente introspettivo dona all’album un ulteriore livello di fruizione che non fa che rendere ancora più valido ed “eclettico” questo secondo disco dell’artista australiano.

A volte è bene concentrarsi su poche cose e cercare di farle al meglio, ma se si riesce a mescolare proficuamente tutti i propri interessi e tutte le proprie capacità, il risultato sarà magnifico. Ma questa è una strada per pochi.

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