The Triffids – Born Sandy Devotional

Born Sandy DevotionalFrancesco Amoroso per TRISTE©

La mia fascinazione per l’Australia è nata, come molte altre, grazie alla musica.

Ed è stata immediata e duratura. Riesco ancora a ricordare me stesso, adolescente di sedici o diciassette anni, passeggiare sulla battigia di una anonima cittadina balneare adriatica, a metà degli anni ottanta: con lo sguardo perso all’orizzonte, benché sull’altra sponda ci fosse solo la Jugoslavia, non potevo fare a meno di fantasticare sugli spazi infiniti di quel paese lontanissimo e così diverso, inesplorato, selvaggio.

Succedeva, circa trent’anni fa, grazie a una cassettina, arrivata chissà come e da dove sul mio walkman. Una cassettina che conteneva l’album di una sconosciuta band australiana che stava cominciando a riscuotere successo in Gran Bretagna. Il disco si chiamava Born Sandy Devotional e la band erano The Triffids.

Una ventina d’anni dopo sarebbero stati rivalutati da tutti e quell’album sarebbe stato salutato come uno dei più rappresentativi del suono australiano dell’epoca. Ma allora, sarà stato l’86 o l’87, ascoltandolo sentivo di fare parte di una ristretta cerchia di iniziati, uno dei pochi fortunati cui quel suono aveva svelato orizzonti nuovi e sconfinati.

All’epoca, infatti, sfuggì a molti (e forse un po’ anche a me che pure ne rimasi perdutamente innamorato) che, oltre a contenere dieci splendide canzoni senza cedimenti e riempitivi, Born Sandy Devotional, sin dal titolo e dalla suggestiva immagine di copertina (una foto risalente agli anni sessanta della cittadina di Mandurah, nell’Australia dell’Ovest), utilizzasse la vuota desolazione dei paesaggi australiani come perfetta metafora della perdita e della solitudine, e viceversa.

Le canzoni, scritte da David McComb e per lo più da lui stesso cantate con voce stentorea e toccante, raccontano storie di amore perduto e di disperazione, di smarrimenti, di privazioni, ma, allo stesso tempo, sono spesso permeate da una spinta ad andare avanti, a superare le avversità, a cogliere le opportunità che il nuovissimo mondo può concedere, nonostante la sua crudele indifferenza.

 

David McComb (deceduto tragicamente a soli trentotto anni, per le complicanze di un trapianto di cuore e per l’abuso di sostanze varie), bello e dannato, è stato un grande e misconosciuto songwriter che ha avuto la straordinaria capacità di raccontare poeticamente la realtà che lo circondava, infondendo le sue malinconiche composizioni di immagini desolate ma abbaglianti, livide eppure confortanti.

Pochi altri sono riusciti come lui a restituire attraverso l’arte la sensazione di isolamento e il senso di fatalista disperazione che dipinge in maniera compiuta l’Australia, con i suoi paesaggi sconfinati, i suoi deserti, le spiagge selvagge e le campagne disabitate e inospitali.

Forse solo il Peter Weir di Picnic At Hanging Rock era stato in grado, prima d’allora, di esportare quel senso di smarrimento che assale di fronte a tali scenari. McComb lo fece portando la propria narrazione su argomenti più terreni e concreti, senza la necessità di evocare paure ataviche e terrori ancestrali. E lo fece con un pugno di canzoni indimenticabili e incontrovertibilmente australiane.

the-triffids

Bastano i primi versi di The Seabirds, il primo brano dell’album, (“No foreign pair of dark sunglasses will ever shield you from the light that pierces your eyelids, the screaming of the gulls …”) per ritrovarsi immersi in un’atmosfera unica (e anche la voce che si perde lontana nel finale cantando “So where were you / where were you / where were you?’” contribuisce non poco alla suggestione), e la successiva Estuary Bed, ci proietta tra le dune di sabbia calda, con il sale sulla pelle e il sole che picchia forte sull’asfalto rovente.

Chicken Killer, è una canzone di amori perduti, violenze e vendetta, ritmata, diretta, cruda, mentre Tarrilup Bridge, nella quale la voce esile di Jill Birt si prende la scena, è un’oscura e inquietante ode a coloro che non ce la fanno (“I packed my bag, left a note on the fridge, And i drove off the end of the Tarrilup Bridge”).
Lonely Stretch (“I took a wrong turn off of an unmarked track, I did seven miles I Couldn’t find a way back”), suona come una delle incalzanti ballate di Nick Cave (non è un caso che il bassista Martin Casey sia stato per lungo tempo, dopo l’esperienza Triffids, uno dei Bad Seeds) ed è la quintessenza dell’Australia.

Poi arriva Wide Open Road, il brano più “ottimista” dell’album, (che lanciò la band di Perth verso il successo internazionale), che, nonostante il suo arrangiamento squisitamente anni ottanta, rimane un brano immortale, di bellezza immensa e accecante (come certi scorci australiani, appunto). E’ di nuovo una canzone di amore perduto che, tuttavia, trasmette la sensazione che tutto sia possibile e che, percorrendo le infinite biforcazioni della vita, anche le delusioni possono portare su nuove ed entusiasmanti strade.

Life Of Crime parla di pulsioni irrefrenabili, di dipendenza e dell’inesorabile abbandono ai desideri della persona amata, quali che essi siano e l’amore malato è il protagonista anche del walzer Personal Things, (“Some secrets of love you take to your bed, and others you take to your grave”), e della struggente Stolen Property, nella quale ancora una volta, la fine di una relazione è vista come una liberazione, per quanto lancinante.

L’album si chiude con la delicatissima Tender Is The Night (The Long Fidelity), di nuovo affidata alla voce gentile di Jill Birt che, alla luce della prematura fine di David McComb, suona profetica e una sorta di tenerissima autodedica: “I knew him as a gentle young man, I cannot say for sure the reasons for his decline. We watched him fade before our very eyes, And years before his time”.

Alla fine, non sono mai andato in Australia (non ancora), nonostante le distanze si siano col tempo, in qualche modo, ridotte. Eppure, ogni volta che riascolto questo lavoro poetico, profondo e emotivamente travolgente, mi sembra di esserci stato tante volte e di aver compreso, almeno in parte, il suo misterioso ed inquietante fascino.

“It’s getting dark earlier now
But where you are it’s just getting light
Where you are it will just be getting light”

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