Barbarisms – West In The Head

Vieri Giuliano Santucci per TRISTE©

Sta arrivando l’Estate.

Anzi, viste le temperature, l’Estate è già arrivata. A Roma si muore dal caldo ed anche nel resto d’Europa il termometro è impazzito: qualche giorno fa ero in Germania ed anche lì i tedeschi avevano già sfoderato pantaloncini corti e ciabatte (stranamente senza calzini). E se pensate di andare più a nord, vi dico già che anche Oslo e Stoccolma fanno segnare temperature che sfiorano i 30°.

Ma proprio dalla Svezia siamo pronti ad accogliere una novità che potrà “rinfrescare” le nostre giornate.

Uscito il primo Giugno per la romana A Modest Proposal Records (ed anche per la tedesca Devil Duck), West In The Head è il nuovo album del trio composto da Nicholas Faraone, Tom Skantze e Robin Af Ekenstam.

A due anni dal precedente Browser, ed a 4 dal debut che ce li fece scoprire (per primi…e lo ricordiamo sempre con grande orgoglio) i Barbarisms tornano con un disco davvero completo e pronto a lanciarci ancora una volta a finestrini aperti lungo la strada, senza mai tralasciare quei momenti riflessivi a cui Nicholas ci ha negli anni abituato.

Ancora una volta il frontman statunitense della band svedese mostra di essere uno scrittore meravigliosamente dotato, e ancora una volta questa abilità si fonde alle melodie dei brani, che da un lato si sono, nel tempo, ancor più raffinate e dall’altro rimangono quelle che ci hanno fatto innamorare di loro.

Così in West In The Head (la cui copertina è opera dell’artista svedese Jan Håfström) troviamo brani come Moaning Theresa che richiamano il songwriting lo-fi del primo disco, pezzi “on the road” come Freweheeling Through The Old World o First Try, il folk più classico dell’ottima Common Tongue (che chiude il disco) e “novità” (dal punto di vista del sound) come Bone Beach, traccia che apre l’album con un sapore 80’s.

Ma ancora una volta i Barbarisms arrivano dritti al cuore grazie ad un misto di malinconia e felicità che è da sempre tratto caratteristico della band: in questo senso la bellissima My Take ne è forse il miglior esempio (“I am not a thinker, I’m a singer who knows how to wait // When the service is slow, I am the last one to eat my plate”).

Ma a risaltare tra le 10 tracce del disco sono anche Public Places, in cui Faraone sembra raccontarci il suo viaggio verso una meta forse non ancora raggiunta (“I took the look of a man on vacation//It was a fine way to hide”), e la struggente Soulful Lingo.

Ed anche se spesso il retrogusto è amaro (“You’re going to have to fold//A lot of playable hands//Just to get back your knack for stealing a win”) Nicholas, Tom e Robin sono sempre capaci di regalarci musica capace di far bene all’anima (e alla testa) di chi ascolta.

West In The Head sembra davvero essere il loro album più riuscito, proprio perchè ogni sfaccettatura emotiva e musicale è stata raffinata in un processo di perfezionamento che sembra non essersi mai fermato in questi anni, confermando di poter unire in un perfetto matrimonio profondità e melodia.

Il caldo è arrivato. Lasciatevi rinfrescare dalla buona musica.

 

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