Suede – The Blue Hour

Francesco Giordani per TRISTE©

Quello con gli Suede è per me, ormai da più di vent’anni, un appuntamento fisso.

Vidi per la prima volta un loro videoclip in un domenica imprecisata del 1997 – si trattava del bellissimo, e già controverso, Lazy

Il primo disco comprato arrivò un poco più tardi, nella primavera del 1999 ed era quell’Head Music che proprio adesso mi guarda, come un pregiato reperto di età remotissime, dalla scrivania su cui sto battendo queste frasi (sempre adorabile la duplice silhouette mascolino-femminina concepita con gusto cyberpunk da un ispirato Peter Saville per la copertina).

Su questa band ho scritto il mio primo articolo musicale importante, nel 2006. Su questa band ho scritto, esattamente e volutamente dieci anni dopo, anche il mio ultimo articolo musicale importante pubblicato su rivista.

Con emozioni di questo tenore, solide e forti di un rapporto d’intimità costruitosi in anni, anzi decenni, di frequentazione pressoché ininterrotta con la voce e le parole di Brett Anderson e compagnia, con emozioni così pure e radicate in me, dicevo, mi sono ritrovato ad assistere alla data milanese -e unica italiana- degli Suede, lo scorso 4 ottobre, presso gli spazi del notevole Fabrique.

Il “pretesto” è stato offerto dall’ultimo -e ottavo- album pubblicato dalla band, The Blue Hour, un lavoro che chiude idealmente la magnifica trilogia discografica tenuta a battesimo da Bloodsports nel 2013, all’indomani di un’insperata quanto riuscita reunion capace di ripagare i non pochi fans di una decennale e dolorosa astinenza.

Il nuovo album invoca nel titolo quel momento di luce contrastata e radente, in bilico fra buio e graduale svelamento, che prelude tanto all’alba quanto al tramonto. L’ora della verità, della fine e dell’inizio, ma anche del cosiddetto “raggio verde”, la cui vista, secondo un leggenda accreditata da Verne e riportata anche da Rohmer nel suo omonimo film-capolavoro, consente di “vedere dentro se stessi e leggere nel cuore della persona che si ama”.

Non per niente a scandire l’ingresso della band sul palco è il martellante verso “Here I Am” di As One, prima canzone del nuovo disco. Parole pesanti come macigni, che catturano e descrivono l’istante di pura illuminazione vissuto da ciascuna delle persone presenti in sala, nel progressivo diradarsi delle nebbie di scena.

Da qui è tutto un palpitante, vorticoso, sentimentale, rabbioso ma anche dolcissimo viaggiare avanti e indietro in un tempo semplicemente stregato, sospeso fra ricordo e luminosa profezia. Le nuove canzoni, sebbene necessariamente spogliate del sontuoso abito orchestrale che intesse per loro su disco la Filarmonica di Praga, risuonano da subito eroiche, tese, guerresche, battenti, anche e soprattutto grazie alle acrobatiche invenzioni di uno sciamano smaliziato come Brett Anderson.

Il londinese, cavaliere d’arme e onirico capitano di fregata in forma semplicemente strepitosa, libera fino all’ultimo dei suoi demoni morrisseyani in una danza erotica quanto sfrenata, canta e incanta ogni singola nota a squarciagola, fendendo l’aria con la frusta impazzita del microfono, gettandosi a capofitto in un pubblico di fedelissimi che lo abbracciano e lo incoronano di amore urlato.

I nuovi picchi di Blue Hour vengono eseguiti tutti, nel gran teatrone romantico che da Wastelands si spalanca fino alle quinte abbaglianti di The Invisibles, passando per Tides, Flytipping, Roadkill, Cold Hands, in un perfetto amalgama con il repertorio classico della band. Dell’esordio omonimo vengono significativamente riprese So Young, The Drowners, Metal Mickey, Animal Nitrate, addirittura la rara b-side He’s Dead.

Non mancano altri snodi fondamentali della poetica suediana come Trash, Heroine, Beautiful Ones, We Are The Pigs e sorprende non poco il ripescaggio, solo voce e chitarra, di Oceans, oscura gemma proveniente dal meno felice degli album suediani, quel A New Morning che nel 2002 di fatto sancì la fine temporanea del gruppo. Segni sparsi di una pacificazione definitiva con un passato ormai sublimato in saggezza viva e pulsante, che l’impianto volutamente romanzesco di The Blue Hour ben rappresenta.

A Life Is Golden, canzone dedicata da Anderson al figlio, viene affidato il compito di chiudere circolarmente un rituale di riconfigurazione esistenziale che dal buio di un’infanzia dolente ha saputo riaprire gli occhi al giorno nuovo di una paternità vissuta interamente come seconda possibilità, come sfida al futuro:

You’re not alone; look up to the sky and be calm
You’re not alone look into the light and be heard
You’re never alone; your life is golden
Golden

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