Willie J Healey – 666 Kill

Agnese Sbaffi per TRISTE©

Se esistesse un contatore per le parole che ognuno usa più spesso il mio segnerebbe, per l’anno in corso, un record di “urgenza”. Sono sicura che anche rimettendo insieme le recensioni per TRISTE© se ne troverebbe una conferma.

È una bella parola, con un bel suono e vibra di un’ambivalenza che la rende positiva in potenza (sì ok, anche potenzialità è una parola che ho usato molto).

Deve esserci stata un’urgenza anche per Willie J Healey che lo ha portato ad affrontare la scrittura e la realizzazione di 666 Kill come un esperimento: evitare di pensarci troppo, senza perdersi in quel meccanismo di overthinking (possibile che overthinking non abbia una traduzione migliore?) che forse a qualcuno sarà familiare.

Un EP scritto di getto nella sua camera da letto nell’Oxfordshire (UK) e poi registrato giù in garage, senza interrompere il flusso, senza arrestare il processo per dubbi e incertezze legate (di solito) più all’insicurezza che a motivi reali.

Ne vengono fuori sei brani molto interessanti, a partire dal pezzo di apertura che da il titolo all’EP, 666 Kill. Una ballata country-folk trascinata e cantilenante, pochi accordi di chitarra, qualche effetto e il ripetersi del ritornello che rimbalza sulle pareti di una stanza buia e un po’ claustrofobica.

La sensazione di compressione si allarga con Guitar Music e il suo procedere ipnotico. Una marcia lenta, notturna, che si sviluppa su un ritmo ripetuto, una graduale presenza di fiati (io adoro i fiati!), nessuna chitarra e una dichiarazione d’amore in continua evoluzione e contraddizione.

Le due ballate nel mezzo del disco (Consistent Missouri e Learn Toulouse) riportano a un’atmosfera più tenera, meno cupa in apparenza. Leggere e luminose come brevi pizzichi sulle corde rivelano in realtà un’introspezione profonda. L’approccio lo-fi che accompagna il desiderio di esprimersi liberamente e senza filtri rendono la frustrazione e la malinconia un soddisfacente momento di analisi e condivisione.

L’EP si avvicina alla chiusura, c’è giusto il tempo per battere un po’ il piede a ritmo di Lovelawn e poi salutarsi (When you’re lonely): atmosfera cinematografica, morbidezza e cinismo, e ciao. Buttare fuori tutto, non con incoscienza ma evitando i retropensieri. Un gesto liberatorio che riappacifica l’animo.

Non credo sia un caso che la prima versione di questa recensione partiva da uno spunto (non molto poetico) come il soprannome che mi avevano dato da ragazza: sbrattina*.

*sbrattina: persona che vomita facilmente e spesso.

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