Rozi Plain – What a Boost

Vieri Giuliano Santucci per TRISTE©

Uno dei momenti di più grande stupore che ricordo dell’infanzia è quello della prima volta in cui vidi l’alba.

Ero in macchina con mio padre, partiti presto per un suo viaggio di lavoro. Attraversavamo la campagna e all’orizzonte, piano piano, un bagliore flebile iniziò a farsi strada nel buio. Avevo sempre visto il giorno farsi gradatamente notte, ma mai il contrario. L’emozione di vivere questo momento fu molta, tanto che mio padre, negli anni, me l’ha spesso ricordato quasi prendendomi in giro.

Non ricordo se e cosa stesse passando alla radio in quel momento (probabilmente un giornale radio), ma What a Boost sarebbe stata l’ottima colonna sonora.


Rozi Plain, di base a Londra e originaria di Whinchester torna dopo quattro anni dal precedente Friends con un nuovo album solista per Memphis Industries che consacra definitivamente tutte le sue qualità di musicista e compositrice.

Molti di voi conosceranno Rozi come bassista che accompagna Kate Stables nell’ottimo progetto This Is The Kit, e What a Boost in parte nasce dalle impressioni e dalle suggestioni arrivate viaggiando in tour con la Stables.

Il disco è registrato tra Londra, L.A., Berlino e la campagna inglese. Ma forse è proprio quest’ultimo scenario a “vestire” meglio questi bellissimi 10 componimenti. Non tanto per richiami marcati al folk (sì, nell’immaginario campagna=folk) quanto per gli spazi che si aprono grazie al delicato pop impreziosito da un costante taglio jazzato.

Come ad uscire dal buio e spostandosi piano piano verso la luce, il disco si apre con le sussurate ritmiche di Inner Circle, per muoversi sempre più verso il giorno. Ma sempre con quella leggera nebbiolina tipica del paesaggio inglese. Symmetrical e Conditions sono due perle pop da brividi, davvero magiche nel loro essere ipnotiche, “portate” con ritimiche jazz ed impreziosite da raffinate tastiere.

La cosa che affascina di What a Boost è come l’estrema ricercatezza delle composizioni risulti sempre perfettamente funzionale ad un suono e a delle costruzioni armoniche capaci di coinvolgere sin dal primo ascolto. Anche dove la sperimentazione si fa più marcata (The Gap, con la partecipazione di Dan Leavers dei The Comet Is Coming), il gusto melodico della Plain riesce sempre a fare da filo conduttore.

L’ascoltatore è accompagnato in un mondo rarefatto, tra il sonno e la veglia. Prendete Old Money: sembra nascere proprio dove la notte finisce e dove inizia la giornata, pigra ma solare. A chiudere l’album è invece l’ottima cover di un pezzo di Sun Ra, When There Is No Sun, che col suo titolo sembra screditare quanto detto sinora. E invece no. Se la versione originale del jazzista statunitense è effettivamente un pezzo “notturno”, Rozi riesce a mettere luce (benchè una luce che potremmo definire “invernale”) anche a questo pezzo.

Con l’età e con il mio essere non propriamente l’emblema dell’entusiasmo, i momenti di stupure sono sempre più diminuiti. Lo dico con dispiacere e con un po’ di malinconia. Ma c’è sempre tempo per rendere ancora vivi i ricordi del passato e riacquistare, anche grazie alla musica, le emozioni legate alle piccole grandi cose che ci accadono intorno.

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