Loyle Carner – Not Waving, But Drowning

Carlotta Corsi per TRISTE©

Mi ricordo la superfice ruvida e leggera dell’acetato nelle tute che i ragazzini, di cui immancabilmente mi prendevo una cotta spaventosa, portavano alle medie: di quelli che poi, al liceo, sono decisamente i più fighi, ma che spesso e volentieri rimangono nell’angolo, a rollarsi in silenzio la canna che fumeranno di nascosto e in solitudine nel bagno.

Insomma, ho sempre avuto un debole per certe sottigliezze e il mio professore di italiano mi ha sempre messo in guardia, ripetendomi occasionalmente quanto fossi troppo “crocerossina”.

Sant’uomo. Avrei dovuto ascoltarlo davvero.

Loyle Carner ha dichiarato più volte di soffrire e di aver sofferto, durante gli anni scolastici, di disturbo da Deficit di Attenzione (AHDH) e Dislessia, che gli hanno causato problemi nella relazioni con i compagni. Ecco perché non riesco a fare a meno di pensare che ha la mia età, che mi piace il suo accento, che è della bilancia e che probabilmente è la mia anima gemella. Non può essere tutto una coincidenza, no?

Benjamin Gerard Coyle-Larner, 24 anni, born and raised a sud di Londra con la mamma e il papà adottivo che lo introduce alla musica, ma muore improvvisamente nel 2014,  segnando indelebilmente Benjamin. L’accaduto lo spingerà a dare inizio alla sua carriera musicale, con l’EP A Little Late.

Not Waving, but Drowing, oltre ad essere il secondo disco del londinese, è anche una lettera aperta, struggente, che ripercorre in maniera del tutto intimista i rapporti più cari all’artista, da quelli con la madre in Dear Jean al racconto e alla ricerca celata di una figura maschile, dopo la morte del padre e del fratello, nel brano Carluccio.

E’ un album paritario, che non sente la paura di esprimere la propria fragilità e che, anzi, esalta le emozioni ogni qual volta c’è la necessità di tirarle fuori, senza troppi filtri e preconcetti. Il sound mantiene il filo della visceralità e della potenza evocativa ma tecnicamente rimane più elaborato, senza dubbio meno “morbido” rispetto al primo Yesterday’s Gone (2017).

Etichettato come un “Confessional Hip-Hop”, tra scratch e campionamenti, questo lavoro è più vicino, concettualmente, all’arte performativa della Slam Poetry, (che, nonostante appartenga agli anni ottanta, è di grande attualità) dove il ritmo è serrato e il legame tra scrittura ed interpretazione è direttamente proporzionale, a livello emotivo, ad un pugno nello stomaco.

E’ facile riconoscere tra le collaborazioni Jorja Smith, un’interessante stellina del panorama britannico, Sampha e, ovviamente, gli amici di banco fidati, Tom Misch e Jordan Rakei. Non solo merende e sigarette a ricreazione, i tre. Pare, infatti, che si vogliano davvero bene e che sostengano l’uno la musica dell’altro ormai da tempo, proprio come il gruppo più figo della scuola, prestandosi e combinando sinergicamente tutti i loro sound. Nonostante siano evidenti le loro differenze stilistiche, sono chiaramente un bel mix con peculiarità identificative molto forti.

Il titolo non è casuale, ma frutto di altri legami che hanno come punto in comune Carner: dopo la dipartita del nonno, il rapper trova nel suo diario una frase che lo colpirà molto “not waving, but drowing”. L’estratto di un minuto e zero quattro nell’omonimo brano all’interno dell’album è poi riconducibile al testo di Stevie Smith, appunto “Not Waving, but Drowing” in cui l’autrice parla in versi di depressione e solitudine.

Il disco è quindi un groviglio di grande intensità sentimentale, nel quale l’artista mette in luce le sue ombre, da adolescente schernito, da figlio addolorato e da adulto spaventato. Io, ovviamente, sono già innamorata follemente, soprattutto perché ho visto una sua foto dove indossa una di quelle tute in acetato e non nascondo di essermi commossa.

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