Weyes Blood – Titanic Rising

Titanic Rising

Francesco Amoroso per TRISTE©

È solo una mia impressione o siamo tutti ossessionati dal cosiddetto “Qui e ora”? Che si tratti di un’opera letteraria, di un paio di pantaloni, di cucina etnica o di una scena musicale, tutto è caduco, effimero, fugace. Nulla dura.

A volte, con sgomento, leggo sui social, da parte dei teenagers o dei twenty something (che, intanto, arrivati alla mia veneranda età, la differenza non è poi così marcata) il commento “old”, scritto così, laconico, a rimarcare che quanto affermato o postato da qualcuno è ormai acqua passata: se ne parlava già ieri, è uscito da giorni, andava di moda la scorsa settimana. Aggiornati!

Sarà l’età, ma non riesco a tenere il passo. E neanche ne ho voglia.

In ambito musicale il “qui e ora” è sempre più frenetico: un album uscito da due mesi è già vecchio, un genere e uno stile passano di moda nell’arco di poche settimane. A far da contraltare (altrettanto irritante) a questa (sconvolgente) attitudine c’è la famosa retromania che non accenna a scemare: tutto ciò che è più vecchio di dieci anni è degno di nota, tutto ciò che è nuovo non potrà mai valere altrettanto. È un mondo difficile. Poiché nessuno può permettersi di investire oggi nella speranza di diventare rilevante tra dieci o più anni, l’unica cosa è provare ad esserlo “qui e ora”, almeno per un quarto d’ora, mezz’ora al massimo.

Poi, per fortuna, c’è chi se ne frega. Ecco. Quella è la mia nicchia.

Natalie Mering, in arte Weyes Blood, delle mode passeggere se n’è sempre bellamente disinteressata. Dall’uscita di “The Innocents” nel 2014, ha semplicemente cominciato a elaborare e rifinire la propria poetica e le proprie sonorità, piene di riferimenti al passato, ma difficilissime da collocare in un genere o un filone preciso. Il suo stravagante art pop, incorniciato da una ricca strumentazione e caratterizzato da canzoni romantiche e sognanti, comprende elementi del cantautorato degli anni ’60 e ’70, senza lesinare sperimentalismi e barocchismi e, grazie anche alla voce emotiva ed elegantissima di Natalie, rimane sospeso in un limbo (a)temporale.

Il suo ultimo album, “Titanic Rising”, uscito a quasi tre anni da quel “Front Row Seat To Earth”, che da queste parti abbiamo immensamente amato, si apre con “A Lot’s Gonna Change”: “If I could go back to a time before now/Before I ever fell down/ Go back to a time when I was just a girl/ When I had the whole world gently wrapped around me”.

Sinceramente non sono certo che anche Natalie si stia lamentando della fretta con cui stiamo affrontando i tempi moderni, ma, senza dubbio, l’album è un’elegia elevata a un’epoca, gli anni ’90, nella quale (sebbene, almeno a me, non sembri così lontana) il tempo, prima di Internet e di tutti le ossessioni derivate dal maniacale uso dei social media, trascorreva più lentamente, tutto era più a misura d’uomo.

A conferma che non le interessa affatto il trascorrere del tempo, né l’effimera precarietà dell’oggi, Natalie racconta i suoi anni novanta (gli anni in cui è uscito Titanic, il film che, come titolo e copertina rivelano esplicitamente, è stato l’ultimo mito romantico delle ragazzine bianche di allora) con uno stile musicale nostalgico e malinconico che nulla a che vedere con l’epoca e che, anzi, come dicevamo, affonda le radici in almeno un paio di decenni prima: “Born in a century lost to memories” (sempre “A Lot’s Gonna Change”).

Le sue canzoni sono intrise di una speranza senza tempo, lontana anni luce dalle disillusioni odierne: nella splendida “Andromeda” ci ricorda che “Love is calling/ It’s time to let it through/ Love is calling/ It’s time to give to you.”; nell’altrettanto notevole (e incredibilmente immediata, per gli standard di Natalie) “Everyday” ci avverte che “True love is making a comeback”.

Affermazioni forti, controbilanciate dalla razionale consapevolezza che il romanticismo confezionato del suo film preferito da dodicenne, andava bene, appunto a quell’età e che adesso c’è molto da chiarire e da superare (“Sailing off on the ships to nowhere/Got a lot of things to clear away/Got a lot of years of bad love to make ok“) e, tuttavia, quella finzione cinematografica, benché ormai smascherata, rimane indelebile e “This is how it feels to be in love/ This is life from above/ There’s no books anymore/ I’m bound to that summer/ Big box office hit/ Making love to a counterfeit” (Movies).

Circondata da canzoni bellissime (è inutile cercare aggettivi più ricercati, quando questo è assolutamente efficace) come “Something To Believe”, “Picture Me Better”, “Wild Times”, è proprio “Movies” il fulcro nascosto dell’album: un brano che, pieno di eccitanti sperimentazioni musicali e ricercatezze varie, racconta in maniera sublime la dicotomia tra la volontà di non liberarsi del mondo patinato e attraente che il cinema ci ha ammannito da ragazzini (The movies I watched when I was a kid/ The hopes and the dreams/ Don’t give credit to the real things/ I love the movies/I know the meaning/ I know the story/ I know the glory/ I love movies/ I wanna be in my own movie/ I wanna be/ I wanna be the star of mine/ Of my own, my own/ My, my own movie) e la necessità di superare l’impostura per vivere una vita vera, certamente meno luccicante ( The meaning of life doesn’t seem to shine like that screen).

“Titanic Rising” si chiude con “Nearer to Thee”, un breve strumentale di violino che richiama l’ultima musica (“Nearer. My God. To Thee”) che pare sia stata suonata dai violinisti sul Titanic prima che affondasse. Che si tratti, come sostiene qualche approfondita recensione, di un richiamo a non abbandonare mai la speranza, nonostante l’incombente disastro che può rivelarsi la vita del 21° secolo, o di un ulteriore semplice richiamo nostalgico a un passato più immaginato che vissuto, è certamente l’ennesima dimostrazione che a Natalie Mering del “qui e ora” non interessi davvero nulla. Lei, piuttosto, potrebbe essere “lì e ieri”, o, meglio, “qui”, certamente, ma destinata a restarci molto, molto a lungo.

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