Big Thief – U.F.O.F.

Vieri Giuliano Santucci per TRISTE©

Nella sua più recente recensione su queste pagine, Francesco Amoroso ci racconta di come ormai tutto corra velocemente: di come il passato più prossimo diventi vecchio in poche ore e di come l’unica cosa che conta sia il “Qui ed Ora”.

Credo la situazione sia ancora peggiore. Se l’Hic et Nunc di Orazio (o il Da-sein di Heidegger) sollecitavano infatti a prendere consapevolezza del momento in cui stiamo vivendo (e delle proprie azioni) senza essere intrappolati nel passato o nel futuro, quello che invece subiamo oggi è una continua estraneazione dal luogo in cui siamo, il Qui, grazie alla tecnologia, e da quello che stiamo facendo, l’Ora, grazie ad una continua proiezione ansiogena verso il Dopo.

Ed anche in ambito musicale, per recuperare il discorso di Francesco, la tendenza è quella di rincorrere l’hype (una aspettativa per quello che ancora deve arrivare), mentre nel momento in cui un disco esce, già pensiamo di non avere più tempo da dedicargli.

Tutto questo a discapito della qualità dei nostri ascolti (e delle nostre vite).

E allora c’è bisogno di fermarsi, o meglio di soffermarsi. Non per rinchiudersi nel rassicurante passate (seppure la storia, anche quella musicale, è sempre maestra) ma sul Qui ed Ora. Per capire cosa (e come) stiamo vivendo.

Adrianne Lenker e i suoi Big Thief credo siano riusciti a fare tutto questo in modo perfetto. Viversi appieno gli anni che dal 2016, con l’ottimo esordio Masterpiece, passando per lo splendido Capacity del 2017, li hanno portati in giro per il mondo sull’onda del proprio (meritato) successo. E soffermarsi infine su quanto stavano facendo, trovando il tempo per raccogliere le sensazione e le emozioni, convogliandole in U.F.O.F.

Il risultato è un disco per certi versi più “rilassato” dei lavori precedenti. La voce di Adrianne prende sempre di più campo, come un naturale proseguio del suo ultimo disco solista, e il folk dalle atmosfere dreamy già presente nei dischi passati, riempie quasi per intero il nuovo album (“and dream, and dream, and dream”). Non manca certamente un velo di inquietudine (come ci ricorda la voce di Adrianne che vibra, quasi di rabbia, al minuto 2:13 di From), ma il quartetto di Brooklyn sembra aver raggiunto una serenità mentale e compositiva invidiabile.

Le percezioni (o meglio le “appercezioni”) la fanno da padrona in questo nuovo lavoro: così i contorni e i paesaggi si palesano, grazie ad una nuova capacità di fermarsi e sollevare la testa per guardare (e respirare). Ecco quindi una città in cui si arriva di notte (Betsy), l’acqua (elemento ricorrente in questo disco “fluttuante”) o le tife ondeggianti al di là del finestrino di un treno in Cattails (uno dei momenti più alti del disco). E ovviamente ci sono le sensazioni e le emozioni, di Adrianne, della band, e delle persone (reali o immaginarie) che hanno ruotato intorno a loro.

Ancora rimangono canzoni puramente folk, come la bellissima Orange (pezzo straniante à la Aldous Harding prima maniera, in cui maggiormente si percepisce una crepa a quel senso generale di calma presente nel disco), ma è con brani come la title track, la già citata Cattails, la ritmata Century, o la struggente Jenny che la band lascia il suo peculiare marchio di fabbrica. Sempre più raffinato e perfezionato, sempre più costruito per avvolgere come un vestito sartoriale la splendida voce di Adrianne.

E cullato dalla meravigliosa Open Desert, anche l’ascoltatore può ritrovare un momento per sè. Per vivere il proprio Qui ed Ora. Senza l’ansia del Dopo.

 

 

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