Wet Leg – Wet Leg

Francesco Amoroso per TRISTE©

Qualche giorno addietro mi è capitato di leggere che la critica musicale sarebbe, secondo alcuni, ormai arrivata al capolinea.
Si diceva che non si
E’ un’affermazione che mi sento almeno parzialmente di condividere: i tempi sono cambiati, lo streaming ha “democratizzato” l’ascolto musicale e la possibilità di ascoltare qualsiasi cosa (quasi…) in tempo reale e senza dover sborsare praticamente un euro, permette a chiunque di farsi un’idea senza dover ricorrere al filtro di un (presunto) esperto o ai suggerimenti di una rivista specializzata, visto che basta affidarsi agli algoritmi dei servizi di streaming. Chiunque può dire la propria e spesso lo fa dopo un solo ascolto (a volte anche senza un ascolto completo). Una specie di critica musicale che verrebbe dal basso, esautorando, come accade in ogni campo, i “professoroni” e negando loro ogni ruolo.

Ciò che invece mi lascia molto più perplesso è uno dei punti cardine del ragionamento secondo il quale la funzione della critica musicale si sarebbe esaurito da quando non si leggono più stroncature, come quelle di una volta, come quelle dei grandi nomi del giornalismo musicale.
Personalmente trovo questa posizione del tutto errata. Errata proprio per lo stesso motivo per cui il più ampio discorso della fine della critica musicale è condivisibile: è vero che la scrittura musicale in questa epoca deve necessariamente ripensata, è vero che si finisce spesso per descrivere al lettore ciò che può immediatamente ascoltare con le proprie orecchie o per segnalare l’uscita di un album che è già sulla bocca di tutti, ma, esattamente per questo motivo, la funzione della stroncatura è del tutto venuta meno.

Scrivere una stroncatura, a meno che non si tratti del lavoro di una band o di un artista che ha estrema rilevanza (ma quanti artisti hanno davvero estrema rilevanza di questi tempi?), diventa un esercizio puramente narcisistico. Se si prendesse il lavoro di artisti emergenti, o di nicchia, o anche che abbiano un seguito puramente di culto per il gusto di parlarne male è un mero esercizio del proprio ego, un modo come un altro per ergersi sopra la massa, per cercare visibilità, spesso a detrimenti di chi, pure magari con risultati mediocri o trascurabili, ha messo tutto se stesso nella propria musica, con passione, enormi sacrifici e tanto impegno.

Per quanto mi riguarda e per quanto riguarda TRISTE©, per scrivere una stroncatura dell’ultimo lavoro dei Muse (il primo nome che mi è venuto in mente…), mi basta ignorarlo.
Decidere scientemente di ignorare qualcosa che, per il pubblico, dovrebbe essere rilevante, e preferirgli artisti che, invece, si ritiene dovrebbero averne molta di più è di per se, se non una stroncatura, una palese scelta di campo. Una decisione politica.
Se i Muse (o chi per loro) sono rilevanti e non ne parlo è chiaro che non ho apprezzato il loro lavoro, è evidente che trovo che ci siano artisti e argomenti più interessanti sui quali concentrarmi e ai quali dedicare il mio tempo.

E’ forse anche con questo spirito che, dopo averne atteso con impazienza l’uscita, e dopo aver condiviso tutti i vari singoli che l’hanno preceduto, sarebbe davvero un peccato non parlare dell’esordio delle Wet Leg.

Cosa è Wet Leg? Un irriverente vaffa…? Uno scherzo? Un tentativo di successo studiato a tavolino? Ch sono Rhian Teasdale and Hester Chambers? Qual è il loro programma? Dove stanno andando e dove vogliono arrivare? La loro musica e le loro canzoni sono sopravvalutate e inutili?
Capisco che la critica musicale dovrebbe rispondere a queste domande (o, quantomeno, provarci), ma, per fortuna, qui mi sento del tutto esentato da certi obblighi.
E poi non ho alcuna idea su come rispondere alla maggior parte di queste domande.
Quel che so, perché me lo sento dentro, è che il loro suono vagamente (volutamente?) sgangherato mi eccita, ribolle, mi fa battere il piede, mi fa canticchiare meravigliosamente, che nel loro album ci sono melodie crepitanti, rime non sense, riff paraculi (cit.) e il tutto sembra sbattuto lì, senza la minima preoccupazione.
Wet Leg è un album divertente, di quelli che, probabilmente, potrebbero essere dimenticati anche domani ma che, contrariamente alle aspettative, ti rimangono in testa all’infinito.
Mentre ascolto le sue canzoni mi dico che scorrono come un bicchiere d’acqua e che difficilmente lasceranno in me alcun sedimento, eppure, dopo quasi un anno, mi ritrovo a cantare Chaise Lounge o Wet Dream (come si fa a non cantare di continuo “You said, “Baby, do you want to come home with me?/ I’ve got Buffalo ’66 on DVD“).

E, allora, preferisco, almeno ogni tanto, togliermi quel famoso e scomodissimo bastone da dove non dovrebbe trovarsi e lasciarmi andare: le canzoni delle Wet Leg mi rendono euforico, almeno per un po’!
Forse non c’è molto di più, forse si tratta solo di garage pop, di canzoni che suonerebbero benissimo in una radio FM (ma che nelle nostre radio FM passano comunque piuttosto raramente), di brani che in maniera furbesca prendono spunto da mille riferimenti e ne ripropongono solo gli aspetti più immediatamente piacevoli, eppure, anche se così fosse, a queste due ragazze provenienti dall’Isola di Wight (e che anche su questo loro essere aliene dalle scene metropolitane riescono a giocare benissimo), cosa si potrebbe rimproverare.
Se citano The Ronettes e Jane Birkin, o Ty Segall e Bjork tra le loro influenze, come possiamo non volere loro bene?

Del resto, dopo aver pubblicato due dei singoli più divertenti del 2021 (prove me wrong!), l’inarrivabile Chaise Longue e l’irresistibile Wet Dream, Teasdale e Chambers sono arrivate all’agognato esordio ben preparate con dieci inediti che, pur non replicando l’effetto delle suddette hits, sono costruite con attenzione e risultano piacevoli e non banali.
Anche se, in parte, questo smentisce l’epica delle due sprovvedute catapultate dall’Isola di Wight al successo (semi)planetario in pochi mesi, le inglesi avevano il loro album d’esordio già pronto prima che la “tempesta” Chaise Longue si scatenasse.
Che, poi, tale album sia prodotto principalmente da Re Mida Dan Carey è un vantaggio enorme: i suoni sono sempre stimolanti, gli arrangiamenti misuratissimi e puliti, le influenze indossate come un vestito di gala che mette in evidenza ogni pregio e nasconde eventuali difetti. Avere Dan Carey dalla propria parte, di questi tempi, è un vantaggio enorme e, vi assicuro, non c’è una nota dell album dove questo vantaggio non sia sfruttato alla perfezione (Too Late Now, in chiusura ne è un esempio lampante).

E’ stata senza dubbio la loro salvezza, perché le canzoni di Wet Leg non cercano di bissare il colpo a effetto di quel brano (e del successivo Wet Dream), ma ne mantengono l’attitudine, in bilico tra nonsense e umorismo pungente, tra provocazione e puro divertimento.
Se brani come Angelica, Oh No, Ur Mum e Supermarket ricalcano, con personalità e originalità, le atmosfere esultanti e le sonorità pop punk dei primi singoli, canzoni quali Too Late Now, Convincing o Piece Of S**t (nonostante il titolo aggressivo), aggiungono nuances malinconiche e meno scanzonate che, al di là dei ritornelli e dei riff appiccicosi, fanno presagire possibili interessanti sviluppi del loro suono.

Le chitarre taglienti, i ritmi sostenuti, il riuscito incastro tra le voci perfettamente complementari di Teasdale e Chambers, fanno di Wet Leg un debutto godibilissimo e, almeno dal mio personalissimo punto di vista, assolutamente convincente, anche con buona pace di coloro che hanno creduto di trovarsi di fronte all’ennesimo one hit wonder.
Mi sembra piuttosto che le Wet Leg possano diventare, se il loro entusiasmo e la loro attitudine (e la capacità di scrivere quei tanto vituperati ritornelli e quei riff così riusciti), una specie di Elastica (ve le ricordate?) del nuovo millennio (provate ad ascoltare Oh No!).

Non sarebbe bellissimo se la musica commerciale (che termine desueto, me ne rendo conto) fosse questa?

La Domino Records non permette l’embedding della pagina bandcamp, ma per ascoltare l’album, evitando Spotify, potete sempre andare qui.

Un pensiero su “Wet Leg – Wet Leg

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