
Francesco Amoroso per TRISTE©
Ci sono canzoni, band, addirittura generi musicali che non sento più il bisogno di ascoltare compulsivamente come mi succedeva qualche anno fa.
A Forest, There Is A Light That Never Goes Out, The One I Love, The Cure, The Smiths, R.E.M., la new wave, l’indie rock dei primi anni novanta. È già tutto lì.
È dentro di me ragazzino, è dentro di me giovane ed è, naturalmente, anche dentro di me adulto attempato, e tutto ciò che questa musica ha significato e può ancora significare per me o per chiunque altro è talmente radicato nel mio essere da non aver bisogno di un’ulteriore conferma.
Queste canzoni, queste band, questa musica sono io. Io, per meglio dire, sono fatto di questa musica.
Probabilmente è questa la ragione per la quale, quando mi capita di riascoltare certe sonorità, il mio essere comincia a emettere una sorta di vibrazione.
Per dirla più prosaicamente: appena ascolto alcune nuove canzoni, alcune novità discografiche avviene una sorta di riconoscimento reciproco, come accadrebbe a due cuccioli della stessa nidiata che, separati alla nascita, incontrandosi di nuovo, si annusassero il fondoschiena.
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