Fontaines D.C. – Dogrel

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Francesco Giordani per TRISTE©

A Federico,
indimenticabile compagno di sbronze irlandesi

I Fontaines D.C. vengono da Dublino, come noto. E Dublino è stata senza dubbio uno dei luoghi decisivi della mia vita, la città che probabilmente più di ogni altra mi ha insegnato a “disoccupare” il tempo per liberare l’immaginazione, sperimentando la vita dissipata del perdigiorno e del disperato.

Arrivavo in Irlanda formalmente per un periodo di studio della lingua inglese. Una giovane vedova dublinese, così gentile da stirarmi anche le camicie senza sovrapprezzo, mi aveva affittato una stanzetta di fronte al cimitero cattolico di Glasnevin, dove ancor oggi riposa cospicua parte del pantheon patriottico irlandese.

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Kevin Morby – Oh My God

Alberta Aureli per TRISTE©

C’è qualcosa nella primavera, quando la primavera è già iniziata, quando non è più Marzo e Aprile sta finendo, c’è qualcosa che somiglia ad un’opportunità mancata, ad un’aspettativa delusa.

Era primavera di più quando l’aspettavamo solamente, quando le prime foglie verdi hanno iniziato a spuntare nei vasi dei nostri giardini, non c’è già più l’adrenalina delle prime sedie al sole, nei bar di Roma dove ogni stagione arriva in anticipo.

Ci sono invece più sguardi confusi che altro, menti vaganti in corpi fermi, al semaforo, sotto un platano alto, nelle vie del centro, era più primavera due settimane fa (lo diceva qualcuno proprio ieri). E c’è qualcosa che non torna anche nella luce gialla della sera che se ne va piano, troppo piano, trasformandosi in un’attesa ulteriore, nell’attesa che le stelle si accendano e i desideri tornino desiderabili, magari.

C’è più tempo, anche se il tempo se ne è già andato, e allora forse la notte breve non ci viene in aiuto.

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Loyle Carner – Not Waving, But Drowning

Carlotta Corsi per TRISTE©

Mi ricordo la superfice ruvida e leggera dell’acetato nelle tute che i ragazzini, di cui immancabilmente mi prendevo una cotta spaventosa, portavano alle medie: di quelli che poi, al liceo, sono decisamente i più fighi, ma che spesso e volentieri rimangono nell’angolo, a rollarsi in silenzio la canna che fumeranno di nascosto e in solitudine nel bagno.

Insomma, ho sempre avuto un debole per certe sottigliezze e il mio professore di italiano mi ha sempre messo in guardia, ripetendomi occasionalmente quanto fossi troppo “crocerossina”.

Sant’uomo. Avrei dovuto ascoltarlo davvero.

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The Proper Ornaments – Six Lenins

Giulia Belluso per TRISTE©

Apri una busta di caramelle assortite. Ne conosci esattamente il contenuto ma un piccolo brivido ti rimane appeso alle dita fin quando non scopri il gusto di quella che hai pescato.

Sono i The Proper Ornaments a crearmi questo senso di meraviglia “assistita”, attraverso il loro ultimo lavoro“Six Lenins riproducono quel sapore particolare che ti stuzzica, nel sapere cosa ti aspetta nascosto tra le onde dell’ignoto di una vecchia tape machine da dieci tracce.

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Rozi Plain – What a Boost

Vieri Giuliano Santucci per TRISTE©

Uno dei momenti di più grande stupore che ricordo dell’infanzia è quello della prima volta in cui vidi l’alba.

Ero in macchina con mio padre, partiti presto per un suo viaggio di lavoro. Attraversavamo la campagna e all’orizzonte, piano piano, un bagliore flebile iniziò a farsi strada nel buio. Avevo sempre visto il giorno farsi gradatamente notte, ma mai il contrario. L’emozione di vivere questo momento fu molta, tanto che mio padre, negli anni, me l’ha spesso ricordato quasi prendendomi in giro.

Non ricordo se e cosa stesse passando alla radio in quel momento (probabilmente un giornale radio), ma What a Boost sarebbe stata l’ottima colonna sonora.

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These New Puritans – Inside The Rose

Francesco Giordani per TRISTE©

In un periodo di per sé già piuttosto nero per il cosiddetto rock d’arte (o “art rock”, dir si voglia) britannico, un album ispirato come Inside The Rose assume quasi le sembianze di una Speranza, con tutte le maiuscole del caso.

Caduto a brevissima distanza dalle quasi simultanee morti, davvero imprevedibili, davvero strazianti, di Mark Hollis e Scott Walker (quest’ultimo Americano per nascita, ma naturalizzato Inglese quasi per destino), il ritorno dei fratelli gemelli George e Jack Barnett ravviva infatti – e nel migliore dei modi – una certa idea, così profondamente inglese, di quella che, con fare un po’ temerario, potremmo ribattezzare “canzone aperta” e che, con ogni evidenza, molto deve, tra gli altri, ai due nomi illustri citati qualche rigo più sopra.

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American Football – LP3

Peppe Trotta per TRISTE©

I giorni trascorrono sempre più rapidi e accumulandosi diventano settimane, mesi, anni.

Attorno a me vedo le cose cambiare, trasformarsi man mano. Alcune semplicemente si sviluppano, altre acquistano una patina che le segna. Eppure ci sono cose che sembrano sfuggire a tale processo, dettagli che sembrano galleggiare all’interno di una bolla temporale dove niente e nessuno può scalfirle, piccoli punti fermi che ritrovo sempre intatti.

Sul margine di un simile territorio sospeso sembrano muoversi gli American Football, emblematici alfieri di un suono che ha segnato la fine degli anni novanta e a cui hanno legato il loro nome attraverso un unico lavoro pubblicato vent’anni fa e divenuto lentamente imprescindibile.

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