La parola Deuce, che non so cosa voglia dire, è per me essenzialmente un’autentica gemma del rock and roll targata Kiss. Grande classico nel repertorio 70s dei quattro mascherati, Deuce è una delle canzoni scritte da Gene Simmons, quelle cioè di base più grottesche della media, ma, seppur private della santissima ugola di Paul Stanley, al contempo spesso quadrate e perfette nella loro basilarità e volontaria (?) demenza.
Creare aspettativa, insinuare curiosità, costruire un fenomeno mediatico affidandosi a (neanche troppo) complesse operazioni di marketing è oggi una strategia ampiamente utilizzata in ambito discografico e ritrovarsi in dirittura d’arrivo davanti un prodotto discutibile, se non mediocre, è un rischio costante. Il famigerato hype non dipende comunque sempre e solo da chi vende, ma può essere ugualmente innescato da chi segue determinati flussi musicali e dimostrarsi non di rado perfettamente giustificato. Le nuove uscite curate dalla Tanca Records – sub-label di Trovarobato, fondata e diretta da Jacopo Incani/Iosonouncane – si collocano a pieno titolo in questa seconda ottica, spinte dal gusto preminente per la piena libertà espressiva e l’esplorazione di linguaggi peculiari, se non innovativi, alla base delle scelte dell’etichetta. Dopo l’interessante esordio di Vieri Cervelli Montel dello scorso anno, tocca a Daniela Pes presentare la sua opera prima provando a non deludere le attese e possiamo dire fin da subito che l’obiettivo è stato pienamente raggiunto.
Temevano che la band di Nottingham, che tanto ci aveva colpito con le pastose ruminazioni falliane di LeBron James (in pratica gli Yard Act con tre anni d’anticipo), si fosse persa dopo aver messo a segno due colpi consecutivi non da poco come gli ep Zero Dollar Bill del 2020 e Glueland del 2021. L’esordio lungo Snake Sideways mette a tacere le nostre paure, dimostrandole ingiustificate, e rilancia semmai le ambizioni di una band che, sebbene ancora non del tutto capace di scindersi dalla cosiddetta scena neo-post-punk di provenienza, pare quantomeno aver trovato la via, non priva di peripezie, per arrivare esattamente al centro di sé stessa.
“Do you remember the way things were?” (Blueboy – Meet Johnny Rave)
L’indiepop è un genere musicale (sempre che si possa parlare di genere e non di attitudine) che arriva direttamente dal cuore, molto prima che dal cervello. E’ forse per questo motivo che, pur rimanendo (per costituzione) un genere di nicchia, è diffusissimo ed è possibile ascoltare band indiepop provenienti da ogni latitudine. Che ciò accada adesso, in un mondo globalizzato, è abbastanza normale: è possibile che un gruppo di ragazzini indonesiani, messicani, o italiani abbia ascoltato e amato Orange Juice o The Field Mice e sia, di conseguenza, spinto a scrivere un brano dalle spiccate caratteristiche indiepop. Nulla di più naturale. Quello che, invece, potrebbe stupire -ma che, invece, non fa altro che confermare come l’indiepop sia una musica del cuore, un suono e un’attitudine che sgorgano direttamente dall’anima- è che già quaranta e passa anni fa, quando cominciarono a sentirsi i primi vagiti dell’indiepop, nascessero ovunque band che, pur non avendo alcun legame tra loro, finirono per essere, però, accomunate da un attitudine -non solo musicale- simile.
Nel viaggio di questo 2023 il mio bus musicale con destinazione indie ha effettuato tre fermate, dove mi hanno accolto un lui (o più di uno) e una lei con le loro voci pronte a intrecciarsi, baciarsi e infine conquistarmi. Da The Waeve di Graham Coxon e Rose Elinor Dougall, trovando – qualche isolato londinese più in là – i promettentissimi Bar Italia, attraversiamo la Manica per giungere a Parigi dove è appena uscito il secondo disco degli Special Friend Wait Until The Flames Come Rushing In, via Skep Wax/Howlin’ Banana.