White Flowers – Within A Dream

Francesco Amoroso  per TRISTE©

Il bianco è il colore che simboleggia la vita, la luce, il candore e la purezza. Eppure in culture diverse dalla nostra (in alcune culture orientali, per esempio) è un colore legato alla morte, mentre in India, pare, sia addirittura simbolo di infelicità.
I fiori bianchi così, per noi occidentali, sono da sempre collegati alle cerimonie religiose, quelle nelle quali si vuole esprimere la purezza del sentimento che le accompagna.

Non so se fosse questa l’idea che i due giovani di Preston, cittadina inglese del Lancashire a due passi dal “confine” gallese, volessero esprimere quando hanno scelto di chiamare la propria band, appunto, White Flowers”, eppure, in qualche modo, trovo il nome molto appropriato.

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Anrimeal – Could Divine

Vieri Giuliano Santucci per TRISTE©

In questo presente che sembra non andare da nessuna parte se non ripetersi continuamente, dobbiamo sforzarci di divinare il futuro per renderlo reale e permettergli di agire retroattivamente generando quel cambiamento di cui tanto avremmo bisogno.

La musica, come sempre, può giocare un ruolo importante. Ma l’abbondanza che negli ultimi anni ha invaso il mercato musicale (anche questo ormai in un continuo presente che ripete sé stesso) ha portato al rumore: troppe informazioni, troppi bit, anziché rendere più chiara la lettura di quello che stava accadendo, hanno confuso tutto. Anche e soprattutto i pensieri.

Guardiamo al passato con nostalgia e facciamo binge eating di qualsiasi prodotto (purtroppo anche artistico) del presente. Si è persa la magia e l’immaginazione. E servirebbe un approccio magico per divinare tutti i futuri che potrebbero non accadere.
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Ben Eisenberger – Soloists

Francesco Amoroso  per TRISTE©

“You know that I’m a wanderer/
I fixate on uncertainty/
But everywhere I go, I carry you with me/

How’s it there in your hometown 10,000 miles across the sea/
Just hoping that you know/

you’re everything to me.”

Quando ero bambino rimasi terribilmente affascinato dalla storia di quel soldato giapponese cui, verso la fine della seconda guerra mondiale, era stato ordinato di ostacolare l’avanzata nemica su un piccolo atollo perso in mezzo al Pacifico e di non arrendersi, a costo della sua stessa vita. Non avendo più ricevuto alcun ordine o alcuna notizia, il soldato giapponese continuò a combattere, prima con alcuni commilitoni e poi da solo, fino al 1974 quando il suo diretto superiore si recò sull’isola per convincerlo ad arrendersi e lo riportò in Giappone, dove venne accolto con tutti gli onori dal governo del proprio paese.

Mi è tornata in mente questa storia che mi ha sempre risuonato nel cervello, ascoltando “Soloist”, il nuovo lavoro del musicista di Omaha Ben Eisemberger, che ho pescato, quasi per caso, tra le centinaia di segnalazioni e richieste di ascolto che ci giungono ininterrottamente.

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Holy Motors – Horse

Francesco Blasilli  per TRISTE©

Questo disco è struggente, perché in questo disco c’è tutto quello che non possiamo avere adesso.
Le praterie dove allungare il nostro sguardo fino all’orizzonte. La libertà di correre a perdifiato. L’aria talmente pura da diventare rarefatta.

“Horse” è un disco folk che evoca talmente bene il suo titolo che dopo due canzoni ti immagini a cavallo, anche se a cavallo non ci sei mai stato.
E, udite udite, sono talmente distratto che non mi era accorto che il disco si intitolasse proprio “Horse”.

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Better Person – Something To Lose

Francesco Giordani per TRISTE©

Periferia ed esclusione. Sono questi i primi due concetti che mi balenano sempre alla mente quando si parla di “rock”, entrambi peraltro intimamente intrecciati, e non è affatto un caso, ad un’idea del “fuori”. Si tratta di un discorso complesso da svolgere e sistematizzare, me ne rendo conto, che richiederebbe ben altro tempo e strumenti d’indagine più aguzzi di quelli offerti da un elzeviro fuggitivo.

Tuttavia, almeno agli occhi di chi scrive le righe che state leggendo, questi due elementi, periferia ed esclusione, quando si ragiona di rock, dovrebbero sempre esser tenuti in primo piano, ad individuare il nucleo “originario” della questione. Se il rock è una forma d’arte e di vita, lo è nella misura esatta in cui essa è periferica e “minore”. Di una minorità che non aspira a farsi egemone ma che rimane in qualche modo eterodossa, dissonante, straniera anche a sé stessa. Che rimane, come direbbero gli Inglesi, outsider.

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