“A Paul McCartney, i Wings glieli abbiamo perdonati a stento” dice sempre il mio amico Dario Improta. Lo dice citando a sua volta un vecchio collega di università. Lo dice e poi si ride, ride lui, rido io, come fai a non ridere? Ridiamo comunque da ipocriti, perché alla fine i Wings ci piacciono, mi piacciono. E pure tanto. Ovvio che non sono i Beatles, però oh, dai! Cosa c’è di male allora? C’è di male che la società corrotta in cui viviamo attorno a certo rock settantiano impone di provare vergogna, perlomeno da una certa generazione in giù. Mi piace pensare che la colpa sia del grunge e della stampa musicale troppo innamorata del punk, per giunta per motivi diversi dai miei.
Seattle indiepop band The National Honor Society found themselves facing the problem of isolation. In 2020 they recorded their debut album, To All The Glory We Never Had, which was well-received. So what to do for the follow-up, when the world is forced into isolation? “This was a new process for everyone in the band as it was the first time any of us had recorded an album remotely,” says frontman Coulter Leslie. “Having always historically gone to studios, there was the fear that maybe that unique studio magic or energy wouldn’t be there, but what we found was that the unlimited time we had to record our parts really allowed us to explore ideas and to go in different directions that we might have, had the clock had been ticking. So I think that’s why you’ll hear a little more adventure in this record as compared to our first.” Thus was born To All The Distance Between Us, released April 10th via Shelflife/Discos de Kirlian/Subjangle Records, an album that carries on the band’s formula of dreamy pop and rock. The National Honor Society is Coulter Leslie (Lead vocals, guitars), Jerry Peerson (Lead guitar, backing vocals) Andrew Gaskin (Bass, backing vocals), and Will Hallauer (Drums).
Qui non si tratta solo di essere (ancora) giovani o di sentirsi vecchi. Qui si tratta del proprio rapporto con il tempo. Penso spesso a quando, da bambino, passavo interi pomeriggi a non far niente, perso tra fantasticherie e giochi estemporanei, tra momenti di noia e intensi attimi di divertimento, tra merende, chiacchiere, passeggiate, giornaletti, parco giochi e interminabili partite di pallone. Erano pomeriggi infiniti, eppure, se solo mi avessero chiesto come avevo passato il mio tempo, non avrei saputo rispondere altro che: “Non ho fatto nulla”. Anche nella tarda (e tardissima) adolescenza, nonostante le opportunità e il tempo a mia completa disposizione si fossero, inevitabilmente, ridotti, capitava di avere giorni, pomeriggi, magari anche solo pochi momenti, durante i quali si poteva pensare a fare qualcosa tanto per farlo. Una delle cose più vicine alla spensieratezza dell’infanzia era certamente fare un giro in macchina e ascoltare la musica che usciva dall’autoradio e dalle sue casse spesso gracchianti. Erano momenti forse inutili, attimi che non significavano nulla, ma la sensazione di fare qualcosa per il solo gusto di farla, senza alcun obbligo o necessità (per quanto spesso autoimposta) conferiva loro un’aura di unicità, un senso di libertà che assaporavo alacremente, anche se probabilmente ancora inconsapevole della nostalgia con cui li avrei guardati a posteriori.
So bene che il 1° Maggio si dovrebbe andare in corteo a manifestare la propria solidarietà a tutti coloro che lavorano e soprattutto a quelli che, pur lavorando, non riescono a ottenere (o a mantenere, visti i tempi che corrono) i diritti fondamentali che spetterebbero a tutti e, in particolare, a chi, con la propria fatica contribuisce quotidianamente al benessere della comunità. Eppure siamo convinti (fortemente) che anche gli artisti siano lavoratori e che contribuiscano come e più di altri a rendere la vita degna di essere vissuta. Così, questo 1° maggio lo dedichiamo a loro (nonostante l’uso, per questa raccolta, del peggior nemico dei lavoratori della musica…). Lo facciamo nell’unico modo che conosciamo: ascoltando musica e diffondendola (per quel che possiamo).
Moltitudini. Di voci che cantano il presente e di sentimenti che descrivono la vita. Ho sempre pensato a Leslie Feist come a una Joni Mitchell che sento più mia: da Gatekeeper a Pleasure, toccando anche la notorietà con 1234, il suo percorso è esaltante, quasi miracoloso. Feist è una cantautrice che non lascia nulla al caso. Quando torna a farsi sentire lo fa da protagonista e donna che racconta il suo vissuto senza filtri, con canzoni che sono opere d’arte.