Nel marasma musicale contemporaneo (ed in particolare in quel genere/contenitore musicale mainstream che è l’indie. Sì, avete letto bene. Mainstream. Ma la cosa è positiva), siamo invasi da mille suoni, mille sfumature e in generale, spesso, da molta complessità. E la cosa a me piace. Anche perchè tutto questo riesce a far risaltare le cose semplici, quando sono fatte bene.
Plantman, (e Nicolas Patterson) ad Unplugged in Monti. L’ennesima recensione TRISTE©.
La serata si apre con il mini-live di un artista canadese, direttamente dalla città più bella del mondo, Montreal (info su Montreal qui, qui, e qui). Nicolas Patterson, chitarra e voce, ci concede un preserata folkyish e movimentato (nel senso che Nicolas è un continuo movimento mentre canta e suona), con luci ed ombre. Dove le luci, a gusto personale, sono proprio i momenti in cui il nostro mantiene un atteggiamento più “soft”.
E’ quindi il turno del main act. Con il nuovo, bellssimo, album uscito proprio nel 2013 (Whispering Trees), i Plantman si presentano a Roma con una formazione di 5 elementi (è record per il palco del Black Market? Forse sì, attendo conferme).
Guidati dalla splendida voce di Matt Randall, i Plantman fanno proprio della semplicità e della delicatezza delle melodie il loro punto di forza. Non c’è nessuna inutile complicazione in questo songwriting sognante che arriva dritto dritto a destinazione.
I riferimenti sono vari e si potrebbe come al solito fare a gara a chi ne trova di più (gioco a cui partecipo sempre molto volentieri. Perchè fa molto figo), ma preferisco fare un solo accostamento (forse non il più corretto) che mi è frullato in mente durante il concerto: quello con Tim Rituli e i suoi Califone. Approccio da storyteller, melodie sempre azzeccate e un velo di malinconia, sicuramente meno forte nei Plantman, sono tutte caratteristiche che ritrovo nelle due band.
Ma a parte questo, quello che conta è l’ottima serata di musica che i Plantman ci hanno fatto passare. Un concerto bello ed intenso, in una splendida atmosfera. Dolcezza con retrogusto malinconico. Sweet and Sour, come le belle (tra le mie preferite) Widescreen Heart e la title track Whispering Trees.
Ora torniamo alla complessità, ma con un pò più di respiro.
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