Galaxie 500 – On Fire

Francesco Amoroso per TRISTE©

Il 1989 è stato, per la mia “discoteca”, un anno di transizione. Da qualche tempo avevo un lettore cd e avevo cominciato ad acquistare quei costosi dischetti di plastica, resistenti, molto pratici e, all’epoca, così alla moda. Ma, appunto, visto il prezzo, la maggior parte dei miei acquisti musicali erano ancora gli (allora!) obsoleti vinili a 33 giri, con le loro copertine di cartone e i loro solchi delicati e altamente deperibili.

Così quando ho letto da qualche parte dell’uscita di un album degli sconosciuti americani Galaxie 500 dal titolo On Fire, seppur incuriosito dalle entusiastiche parole di qualche scribacchino anglosassone, non me la sono sentita di investire l’ingente somma richiesta per un cd e mi sono limitato ad acquistare un lp in vinile (non ricordo se all’epoca la parola vinile fosse così utilizzata: certamente non aveva il suono snob e hipster che ha adesso!).

La scelta si rivelò sbagliata. Quell’album divenne in brevissimo tempo un ascolto quasi quotidiano fino ad trasformarsi, a pochi mesi dal suo acquisto, in un pezzo di plastica gracchiante e pressoché inservibile.

Galaxy500_OnFireL’unica cosa da fare, a quel punto, era acquistare una copia di On Fire in cd e godermi infiniti ascolti senza fruscii, salti e gracchi. Così feci (fallendo miseramente nell’intento di rifilare la mia copia del vinile, oramai irreparabilmente rovinata, a Maurizio, una sorta di istituzione per chiunque, qui a Roma, abbia avuto a che fare con il reparto degli usati di Disfunzioni Musicali).

Non mi sono mai pentito del doppio acquisto (decisamente, però, mi sono pentito di aver buttato il vinile in un cassonetto, per quanto inascoltabile e rovinato fosse): On Fire, trascorso un quarto di secolo, rimane ancora uno dei miei album preferiti e uno di quelli che riprendo più volentieri.

La sua copertina arancione (opera, come tutte quelle dei Galaxie 500, della bassista Naomi Yang) il suo suono caldo e avvolgente ma straniante e a tratti alieno, quelle canzoni che pur sembrando subito accoglienti rilasciavano i propri aromi solo a poco a poco, ascolto dopo ascolto, erano quanto di più estraneo e misterioso avessi mai sentito.

La musica dei Galaxie 500 (che ora, a distanza di 25 anni di ascolti e approfondimenti, mi pare sempre bellissima, ma certo non incredibilmente innovativa) era come nebbia fitta che si spandeva nella stanza ogni volta che accendevo lo stereo. Penetrò dentro di me, semplicemente, come l’improvvisa rivelazione di una realtà inconfutabile che non ha bisogno di spiegazioni.

Galaxy500Ed era splendido, allora, non farsi alcuna domanda circa chi fosse quella band, da dove venisse quel suono e dove volesse andare a parare e, semplicemente, lasciarsi andare al falsetto di Dean Wareham, alle sue chitarre distorte e al contempo melodiose, alla sezione ritmica di Damon (Krukowski) e Naomi (Yang) che riusciva ad essere incalzante, cullante e ipnotica, spesso nella stessa canzone.

Approfondendo (cosa meno facile allora di quanto non sia adesso) scoprii che prima di On Fire c’era stato un altro album, l’anno precedente (Today, che meriterebbe anch’esso una passeggiata per i vicoli della memoria), che i tre membri della band erano dei laureati di Harvard, che la produzione dell’album era di tale Kramer, una specie di guru della psichedelia a cavallo tra gli ottanta e i novanta, già bassista dei folli Butthole Surfers e praticamente un quarto membro dei Galaxie 500.

Ho anche scoperto che c’era tanto dietro quelle canzoni così ammalianti e indimenticabili: quel suono, che da allora ho sempre chiamato (non so con quanta originalità) psichedelia gentile, erede diretto (e dichiarato) dell’omonimo terzo lavoro dei Velvet Underground (quello senza John Cale e con canzoni quali Candy Says, Pale Blue Eyes, What Goes On), le influenze beatlesiane meno scontate (l’incredibile cover di Isn’t It A Pity di George Harrison a chiusura dell’album), il riverbero che invariabilmente avvolgeva i loro accordi facendo sì che il suono dei Galaxie 500 riuscisse a essere emotivo e coinvolgente, ma allo stesso tempo sobrio e asciutto.

In fondo, però, allora come oggi, quello che davvero mi interessava di On Fire (e dei due album, splendidi, che l’hanno preceduto e seguito) è  che canzoni come Blue Thunder, Snowstorm, Strange, Decomposing Trees erano (e sono) la colonna sonora ideale per quella vaga e persistente sensazione di euforica malinconia, di tenue smarrimento, quella vertigine, quell’inebriante senso di vuoto che, superata l’adolescenza, capita spesso di provare pur senza riuscire a spiegarsene il motivo.

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