Sufjan Stevens @Teatro della Luna – Milano, 21/09/2015

Nemo Thibaud per TRISTE©

Sono le 21:35 di Lunedì 21 Settembre. Pochi fortunati discepoli hanno ormai gremito una di quelle cattedrali di Milano che da fuori sembrano tutt’altro: il Teatro Della Luna.

Mi guardo in giro e vedo solo persone che so per certo di conoscere in una dimensione parallela. È come essere a casa. C’è anche il tepore rassicurante tipico del camino acceso per la migliore occasione.

Il clima che si respira, poco dopo l’esibizione di apertura di Basia Bulat, è lo stesso che ricordo da bambino prima della messa di domenica in paese dove tutti erano più vicini e più sorridenti. Ve lo ricordate? Quella sensazione era bellissima.

SufjanStevens_MilanoSi abbassano le luci. Completamente. Il silenzio è sacrale. Ed ecco entrare il Pastore con i suoi chierici: signore e signori Sufjan Stevens. Uno che, diciamocelo, dalle nostre parti non si vede così spesso: è infatti solo la terza volta che torna in Italia.

Tutti sul palco sono in nero, un paradosso tipico delle funzioni di questo parroco. Parlare di morte, infatti, o cantare testi fondamentalmente tristi (Sufjan di questo si scusa spesso con il pubblico) vestendo il messaggio di un folk ricco e positivo non è proprio da tutti.

Il bellissimo concerto di Sufjan Stevens si divide in due parti nette, con in mezzo un muro di applausi e lacrime, prima dei bis. La prima parte della performance è infatti dedicata principalmente quel capolavoro di album che è il suo ultimo lavoro, Carrie & Lowell: e questa è la parte che più ho preferito di tutto lo spettacolo.

Fondamentalmente l’album è una riflessione personale sulla morte e sulla scomparsa della madre. Forse questo è il motivo per cui in questa prima parte il palco diventa altare: alle spalle del gruppo infatti si alzano, separate e precise, delle fessure che molto ricordando le vetrate di una grande chiesa.

E al di là non vediamo grigio o azzurro ma ripercorriamo con bellissime immagini originali l’infanzia dell’artista, alternate con larghe panoramiche di paesaggi riconducibili ai luoghi della sua giovinezza.

Ad ascoltare c’è una platea che quando accenna, sottovoce, le parole dei brani più conosciuti sembra non voler farsi sentire. Sussurra. La messa ormai è quasi arrivata all’alleluja: è passata quasi un’ora e mezza di intimità, introspezione e bellezza. Gli audaci poli-strumentisti sul palco davanti a noi innalzano un canto con sonorità inedite, va in scena un lungo requiem (almeno di 9 minuti) che ricorda i canti angelici di Vangelis.

Se ne vanno. Ritornano. Sufjan ora indossa il suo cappello giallo e parte l’ultima esaltante parte della performance che un pò tutti aspettavano: quella di Chicago e di Casimir Pulaski Day. Perfetto.

Mi capita di rado di andare in chiesa e ancora più raramente di piangere durante una messa. Le uniche volte che mi è capitato erano funerali. E’ successo anche stavolta di piangere. Sarà un caso?

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3 thoughts on “Sufjan Stevens @Teatro della Luna – Milano, 21/09/2015

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