The Smiths – The Queen Is Dead

Francesco Amoroso per TRISTE©

Quando, quasi due anni fa, ho cominciato a scrivere questa modesta rubrica, sapevo che, inevitabilmente, il momento sarebbe arrivato e la sola idea mi terrorizzava.

Ho rimandato e rimandato, dicendomi che un anniversario sarebbe stata l’occasione più opportuna (ma in realtà, fondamentalmente, mi stavo solo esercitando nel mio sport preferito: procrastinare).

Beh, adesso non ci sono più scuse: tra tre giorni saranno 30 anni esatti dall’uscita dell’album che ha più profondamente influenzato la mia vita.

TheQueenIsDeadCapite la mia reticenza nell’affrontare un argomento simile. Ma va fatto. Devo molto, moltissimo, nel bene e (soprattutto?) nel male, all’eccentrico ragazzo di Manchester che ha aperto il proprio cuore a me e a tantissimi della mia generazione e mi sento in dovere di dare il mio umile (e non richiesto) contributo alla santificazione sua e di tutta la band.

Sto, naturalmente, parlando di The Queen Is Dead e degli Smiths (scritti così, senza il “The” davanti, come si faceva quando eravamo ragazzini e l’inglese era ancora meno di una seconda lingua).

In quel lontano giugno del 1986 la band inglese, già famosissima in patria e amatissima anche da queste parti da una nicchia di grandi appassionati, stentava ancora a imporsi a livello mainstream e chi non era troppo addentro alle cose musicali d’oltremanica (o era ancora troppo giovane…) non aveva avuto molte chance per scoprirli (e ancor meno per ascoltarli).

L’occasione mi fu data da una recensione pubblicata sulla rivista Rockstar che, nonostante si occupasse di musica pop (sulla copertina del numero di giugno c’era John Taylor dei Duran Duran!), annoverava tra le sue firme alcuni dei migliori giornalisti musicali dell’epoca.

Ebbene il recensore (Stefano Mannucci, cui sarò sempre grato) paragonava il terzo lavoro degli Smiths (quarto, se, come si dovrebbe, si considera la raccolta Hatful Of Hollow) a Eleanor Rigby dei Beatles, una delle canzoni preferite della mia infanzia.

Tanto mi bastò per incuriosirmi e spingermi a insinuare nei miei cari amici dell’epoca l’idea che, di lì a pochi giorni, avrei molto gradito quell’album come regalo di compleanno. Cosa che, grazie alla sagacia dei suddetti, puntualmente avvenne. Difficile dire cosa provai la prima volta che ascoltai The Queen Is Dead. Non lo ricordo neanche bene e le parole non sarebbero sufficienti per esprimerlo.

Sarebbe ora di smettere di parlare di me, ma questo album è troppo legato alla mia storia personale perché io possa riuscirci: sfido chiunque, già incline al romanticismo e alla malinconia, abbia ricevuto per il proprio sedicesimo compleanno The Queen Is Dead degli Smiths a non averne la vita irrimediabilmente compromessa.

Mi è quasi inevitabile, a questo punto, citare, Nick Hornby: “Cosa è venuto prima, la musica o l’infelicità? La gente si preoccupa che una sorta di cultura della violenza si impossesserà dei bambini che giocano con le pistole, o guardano video violenti. Nessuno si preoccupa per i bambini che ascoltano migliaia, letteralmente migliaia di canzoni che parlano di crepacuore, di rifiuto, di dolore, di infelicità e perdita. Ascoltavo musica pop perché ero infelice? O ero infelice perché ascoltavo musica pop?

Ogni parola di ogni canzone di questo lavoro rientra facilmente nella descrizione appena riportata: a partire dalla title track che, tra un’invettiva nei confronti della monarchia e l’altra, ci infila uno dei versi più veri e strazianti di Morrissey (“Life Is Very Long When You’re Lonely”). Per non parlare di Never Had No One Ever che dice tutto già dal titolo, o di The Boy With The Thorn In His Side nella quale si narra del ragazzo con la spina nel fianco che, dietro il rancore, nasconde un assassino bisogno d’amore.

E che dire della canzone che ha per sempre compromesso la capacità di prendere l’amore alla leggera di migliaia di fanciulli e fanciulle in tutto il globo e che risponde al nome (uno dei più bei titoli della storia del pop, senza dubbio) di There Is A Light That Never Goes Out?

Un brano che parla di solitudine e di rifiuto e contiene le parole più struggenti e, al contempo, più ironiche (ma chi considerava la possibilità dell’ironia nelle pene d’amore a sedici anni) che siano mai state cantate in una love song: “And if a double-decker bus crashes into us/ To die by your side such an heavenly way to die/ And if a Ten Ton Truck kills the both of us/To die by your side, the pleasure and the privilege is mine”.

Questi versi, questo pathos, sono l’adolescenza resa canzone. Quell’adolescenza che poco ha a che vedere con l’età, ma è più uno stato d’animo e mentale. E non è salutare. Per niente.

thesmiths2Aggiungete a piacimento dei riff letali (ne approfitto per sottolineare doverosamente che il lavoro di Johnny Marr che ha scritto tutte le musiche e suonava divinamente la chitarra e della sezione ritmica Andy Rourke-Mike Joyce è altrettanto fondamentale rispetto alla voce e ai testi di Morrissey), melodie indimenticabili (chi non ha sentito, almeno una volta Bigmouth Strikes Again?) e probabilmente comprenderete come un disco del genere, che non esagero a definire un capolavoro, possa aver sconvolto la vita di tanti.

Sto rileggendo queste farneticazioni di corsa, prima di andare ad assistere alla prima “recita” scolastica di mio figlio (che si chiama Stefano. Non per caso): mi viene in mente che non vorrei trasmettere a lui tutto questo pesante fardello di tristezza, solitudine e di sentimenti al limite del morboso, ma mi piacerebbe davvero che imparasse, come mi ha insegnato Morrissey, a non aver paura delle proprie emozioni e che facesse sua, sopra ogni cosa, come un faro che lo guidi nell’oscuro dipanarsi della vita, la frase contenuta in questo album che, alla fine, è quella che più mi ha condizionato nel bene: “E’ così facile ridere, è così facile odiare, ma ci vuole fegato per essere buoni e gentili”.

Dimentica il camion di dieci tonnellate, dimentica la terra che ti cade sulla testa, la giovane sposa velata e l’amante rumoroso, dimentica anche Keats, Yates e Wilde, ma non dimenticarti mai di questo. Mai.

Annunci

One thought on “The Smiths – The Queen Is Dead

  1. Pingback: Housemartins – London 0 Hull 4 | Indie Sunset in Rome

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...