Arborist – Home Burial

arborist_homeburialGiulia Belluso per TRISTE©

Dicembre è giunto, e con esso il freddo assume il sapore di vecchi ricordi.

Sembra ieri quando tutta la famiglia si metteva in auto per affrontare quel viaggio verso Camigliatello Silano e i suoi freddi sentieri sciistici.

Con il freddo ormai alle porte, la mia solita vena malinconica e lo spiccato gusto per melodie vagamente oscure, di certo non potevo farmi sfuggire il debutto di Arborist.

Home Burial è il titolo dell’album d’esordio che questa band dell’Irlanda del Nord (Belfast) ci presenta, con le sue undici tracce intrise di indie folk, impreziosito da pop malinconico e rock dal sapore statunitense.

Mark McCambridge dà vita al progetto Arborist alla fine del 2014 con il singolo Incalculable Things (presente nell’album ), nel quale riesce a fondere armonie stratificate e chitarre dal suono pulito e moderno con atmosfere tristi, inquietanti ed emozionanti allo stesso tempo. Il singolo successivo, poi (anch’esso qui contenuto), è stato nientepopodimenoché un duetto con Kim Deal (Pixies e The Breeders).

Arborist parla di una verità desolante, incentrando il suo songwriting riflessivo su temi come la morte, l’invecchiamento e la famiglia, senza tralasciare lievi lirismi e armonie delicate e convincenti.

Home Burial si apre con A Crow, che rimanda a una nenia funebre, in particolare quando i cori entrano nella mischia introducendo il brano seguente, Dark Stream, che parte con un lugubre corno francese e prosegue con melodie soavi e arrangiamenti eleganti a mettere in risalto la voce di Mark.

Il titolo dell’album è lo stesso di un lungo poema di Robert Frost che parla della vita, della morte, del lutto, della tristezza e dell’importanza della famiglia e degli avi, temi, appunto, dominanti del disco. In tal senso la copertina, con l’immagine di un uomo che pesca sul tetto di una casa alla deriva su un mare mosso, appare davvero appropriata.

Home Burial è un album prezioso e unico, ricco di sfaccettature e melodie cangianti, che chissà come mi riporta a quel viaggio che sembrava essere infinito, al mio vecchio mangianastri usurato e a tutti quei (mostruosi) pupazzi di neve che facevamo insieme.

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