Pavement – Slanted And Enchanted

Francesco Amoroso per TRISTE©

A vent’anni (o poco più), per quanto tu possa avere un animo sensibile e amare la poesia, i tramonti, i fiori e l’amore, ci sono alcuni momenti nei quali è necessaria una sferzata di adrenalina, una botta di eccitazione pura, un intervallo, almeno uno, durante il quale dare libero sfogo alla corporeità e urlare a squarciagola.

Nel 1991 una band nata da una costola dei grandi Dinosaur Jr., i Sebadoh di Lou Barlow, cantava “Just Gimme Indie Rock“.

Ecco: allora, a vent’anni, ogni tanto c’era davvero voglia di dire “datemi solo un po’ di indie rock” (anche perché allora la parola indie non era ancora un termine dispregiativo o omnicomprensivo).

Con perfetto tempismo, per il mio sviluppo personale e musicale, nel 1992 esordirono sulla lunga distanza gli americani Pavement: in un periodo in cui, a far compagnia alle delicatezze di certe band della 4AD, della Creation e della Sarah Records, c’erano già da tempo i Sonic Youth e i Dinosaur Jr, Slanted And Enchanted mi colse preparato, prontissimo ad accogliere i brani vitali, sgangherati, rumorosi e privi di alcuna produzione di Stephen Malkmus e Scott Kannenberg (noto come Spiral Stairs).

I Pavement, con alle spalle già un paio di e.p. per la Drag City, debuttarono su Matador (etichetta indie di dimensioni, fama e distribuzione decisamente importanti) con un album in perfetto equilibrio tra indie rock “mainstream” e ricerca, nel quale cuore, viscere e cervello (magari un po’ annebbiato dal fumo) si contendevano di continuo le luci della ribalta.

Lo si poteva ascoltare tutto d’un fiato, saltellando per la stanza dalle prime schitarrate di Summer Babe (Winter Version) fino alle ultime note di Our Singer, ma si prestava anche a un ascolto più attento e meditato, visto che i rimandi culturali e musicali non mancavano affatto.

E, come ulteriore pregio, era chiaro davvero da subito che Malkmus e Kannenberg non chiedevano di essere presi sul serio: il loro suono volutamente lo-fi, anzi un suono che per primo, sulla scia di band come The Fall, faceva del lo-fi non solo una necessità ma una vera e propria scelta estetica e politica, riusciva a spacciare brani pop perfetti per canzonacce improvvisate, trascurate, quasi casuali.

Così non era più richiesto neanche lo sforzo intellettuale, o l’approccio socio-culturale necessario per avvicinarsi a band coeve e non lontanissime musicalmente come i Sonic Youth, per abbracciare i Pavement: bastava davvero la voglia di saltellare per la stanza, di sospendere per mezz’ora l’inutile lavorio delle rotelle e lasciarsi andare e l’incontaminato pop di Summer Babe (Winter Version), o di Trigger Cut, così come i riff sporchi di In The Mouth Of The Desert, Loretta’s Scars o Two States, fino al poetare scazzato di Here (“I was dressed for success/But success it never comes/And I’m the only one who laughs/At your jokes when they are so bad/And your jokes are always bad/But they’re not as bad as this./ Come join us in a prayer/We’ll be waiting, waiting where/Everything’s ending here”), alla quasi avanguardistica (Zappa for dummies?) Conduit For Sale!, potessero penetrare, in un battito di ciglia, sottopelle e lì rimanere. Per sempre.

In qualche modo è stata proprio la totale mancanza di produzione a preservare il fascino e la peculiarità di un album che senza un’estetica forte e praticamente privo di arrangiamenti non invecchierà mai. Del resto il suo titolo aveva già detto tutto ciò che serviva: obliquo e incantato.

Poco dopo aver acquistato il loro album d’esordio e averlo cominciato ad amare in maniera incondizionata (anche a dispetto di quella che mi è sempre sembrata una voce costantemente sul filo della stonatura, della quale solo anni dopo ho compreso la fondamentale importanza) ebbi l’opportunità di andare ad ascoltare dal vivo i Pavement, di supporto ai Sonic Youth.
L’esperienza, in un “tendastrisce” piuttosto gremito e trepidante per l’attesa della gioventù sonica (che seppe ripagarci ampiamente con versioni incandescenti dei brani tratti dall’allora uscito Dirty, e da una Youth Against Fascism del cui pogo (!) ancora ho ricordi indelebili) fu straordinaria: indolenti, quasi dilettanteschi, (con il batterista Gary Young che perdeva di continuo le bacchette) eppure incredibilmente puri, coinvolgenti e trascinanti.

I loro album successivi e le loro incarnazioni dal vivo portarono, senza dubbio, una crescita generale della band, ma la scoperta e l’ascolto di Slanted And Enchanted sono rimaste esperienze irripetibili. Just Gimme Indie Rock!

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