Goat Girl – s/t

Francesco Giordani per TRISTE©

C’è poco da girarci intorno.

Il giovane rock inglese che sta pian piano crescendo alla gelida ombra della Brexit ha il gusto amaro e pungente della disillusione. Poca melodia, poco da ridere, tanta psicoanalisi, una certa dose rinforzata di cinismo.

Cimentarsi in ardite similitudini con gli anni dei sinistri trionfi thatcheriani appare senza dubbio semplicistico. D’altra parte, come ha annotato il filosofo inglese Mark Fisher nel suo folgorante Realismo Capitalista, quello che oggi per lo più viviamo è “un’incapacità di produrre ricordi nuovi”.

Perfida, anzi crudele, ironia della Storia.

A tutto questo mi fa pensare la musica delle Goat Girl e di altre band similari che in questi giorni vanno affacciandosi alla ribalta. Fresche di contratto con la Rough Trade, queste quattro giovanissime londinesi – nell’ordine: Clottie Cream alla voce, LED alla chitarra, Naima Jelly al basso e Rosy Bones alla batteria – hanno firmato un debutto dolcissimo e sfrontato, che m’incanta e rapisce come personalmente non accadeva almeno dai tempi dei Long Blondes – spero non li abbiate dimenticati.

Sarà quella loro rude apatia metropolitana da indie-punk un po’ scazzate un po’ solo beffardamente patinate, sarà l’affilata asciuttezza di una scrittura minimale e parimenti ipnotica. In qualche modo, la musica di queste ragazze funziona e sa farsi ritratto dal vivo di una dissipazione di desiderio giovane in atto.

Certo, le Goat Girl non fioriscono dal nulla. In pezzi come The Man o I Don’t Care (Part 1 & 2), con ogni evidenza, si respira la più recente e intorbidata aria londinese di band come Fat White Family e Shame. Vista e considerata la non trascurabile griffe discografica, saltano all’orecchio analogie sparse con Slits (The Man With No Brain or Heart), Raincoats o anche, nei momenti più onirici, Young Marble Giants, a ribadire un pedigree post-punk di tutto rispetto.

Eppure, in brani come la bellissima Creep, nell’ancor più ispirata Cracker Drool, o in Viper Fish, a colpire è soprattutto l’elettrico sferragliare di quello che mi verrebbe quasi da chiamare garage-blues della suburra – lo stesso, per intenderci, che avevamo imparato a riconoscere ed apprezzare in certo King Krule. Un blues nervoso, impertinente quanto intimamente ferito, molto inglese, che sa di asfalto sporco, di sedili di autobus notturni all’ultima corsa e di pomiciate occasionali, senza promesse.

E che, a dispetto di tutto, riesce a suonare attualissimo e non privo di significativi riverberi politici, come gloriosamente sancito dalla conclusiva Tomorrow, probabile apice dell’album, battezzato da questi versi inaugurali: “Tomorrow, tomorrow never comes/ What kind of a fool do they take me for/ Tomorrow, a resting place for bums/ A trap set in the slums, but I know the score.”

Come volevasi dimostrare…

 

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