Rolling Blackout Coastal Fever – Hope Downs

Francesco Amoroso per TRISTE©

Quando arriva l’estate sento (sentiamo tutti?) il bisogno di scrollarmi di dosso un po’ di quella cappa di malinconia e ombra che il lungo inverno ha steso su di me (con inevitabili strascichi anche nella primavera).

Con gli abiti pesanti provo a mettere in soffitta anche, almeno in parte, l’attitudine negativa e tento (non sempre con successo) di farmi influenzare dal sole e dalla luce che ci accompagna fino a sera inoltrata.

Inevitabilmente tale atteggiamento (o, meglio, tale tentativo, spesso destinato a fallire miseramente) si riflette anche sulle mie scelte musicali: così, se l’inverno è fatto per atmosfere più meditative e introspettive, mi piacerebbe tanto, almeno d’estate, godermi un po’ di sano indie chitarristico, di quelli che, per una volta nella vita, ti spingono a canticchiare e a battere il tempo.

Il problema è che, da qualche anno a questa parte, quello che nella mia adolescenza (secoli fa) era un suono che avrebbe permesso ai suoi artefici di avere un certo successo (magari anche mainstream) è oramai stato spinto ai margini dei gusti degli ascoltatori, anche di quelli più attenti. Mi capita, così, di passare spesso l’estate a vagare da un profilo bandcamp all’altro, da un soundcloud a un video youtube, accontentandomi di qualche brano riuscito, senza trovare l’album perfetto per agevolare questa mia piccola catarsi stagionale.

Quest’anno, finalmente, qualcosa è cambiato. Se anche voi per l’estate sentite il bisogno di un album di indie rock che possa eccitarvi e coinvolgervi, come succedeva qualche lustro fa, niente paura. Stavolta l’abbiamo trovato! Parlo di Hope Downs, l’esordio dei Rolling Blackout Coastal Fever, da Melbourne, Australia.

Il suono della band richiama in maniera evidente decine di band che abbiamo tutti già ascoltato e amato: le straordinarie costruzioni melodiche dei compatrioti Go-Betweens, il dinamismo dei migliori Teenage Fanclub, il leggendario suono della Flying Nun anni ’80, ma anche i primi R.E.M. o i Television di Tom Verlaine più pop e orecchiabili.

Ciò nonostante, grazie a canzoni dall’impatto istantaneo come Mainland e Talking Straight, con la loro urgenza indie/punk/country e le eccitanti linee di chitarra che si intrecciano in maniera vibrante, Hope Downs riesce a suonare fresco, eccitante e vitale.

Tutti i brani che lo compongono risultano convincenti e ben scritti dal terzetto Tom Russo, Fran Keaney, e Joe White, chitarristi e songwriters. E non si tratta solo di ritmo e di riffs. Anche i testi lasciano intuire una profondità introspettiva inusitata per il genere: dai drammi privati di An Air Conditioned Man (“You walk past the wall you first kissed her against/How could you forget/Did it ever matter in the first place?”), fino alle universali, per quanto criptiche, riflessioni sulle contraddizioni della privilegiata civiltà occidentale in Mainland e Cappuccino City.

Non è usuale che un album di debutto suoni così convincente e sicuro di sé. Hope Downs ci riesce alla grande grazie anche al suo essere così profondamente australiano: la terra d’origine della band emerge in ogni parola, in ogni suono, in ogni personaggio narrato e paesaggio descritto, e, soprattutto, in quel sentimento di marginalità e di vuoto che permea di sé ogni nota.

I Rolling Blackout Coastal Fever, con le loro canzoni semplici e dirette, con un suono classico e sorprendente allo stesso tempo, sono una rinfrescante brezza nello stantio panorama dell’indie chitarristico attuale e dimostrano come un solido songwriting sia più importante della esasperata ricerca di un sound accattivante.

C’è il rischio concreto che quest’estate anche io prenderò un po’ di sole e canticchierò, battendo il tempo.

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