Sun’s Signature – Sun’s Signature

Francesco Amoroso per TRISTE©

Qualche giorno fa (il 29 Agosto, per essere precisi) il social network di riferimento della generazione X (pieno anche di boomers, devo ammetterlo) era inondato di auguri per il compleanno di Elizabeth Fraser.

Così, dopo averla venerata per quarant’anni, ho scoperto che la donna con la voce più celestiale del pianeta ha solo pochi anni più di me.
In realtà non mi ero mai posto la domanda sulla sua età, né su qualsiasi altra cosa che riguardasse la sua natura terrena: mi è sempre sembrato superfluo, quasi blasfemo, indagare sulle cose terrene di questo essere ultraterreno.
Eppure anche Liz, a quanto pare, è un essere vivente e non un angelo (anche se ascoltandola cantare non si direbbe) e, come per tutti gli esseri viventi anche per lei (così come per gli stonati) il tempo passa, inesorabile.

Riflettendo su queste cose, mi sono reso conto che nessuno potrà restituirmi i vent’anni di quasi totale assenza dalle scene di Elizabeth Fraser: una ferita, un dolore solo in parte mitigato dalla possibilità di ascoltarne le vecchie registrazioni prima con i Cocteau Twins e con i This Mortal Coil e poi, sempre più sporadiche e rarefatte, con qualche preziosissima collaborazione.
E chissà se a rendere meno desolante questa perdita, potrà bastare l’EP che, a luglio, è uscito a nome Sun’s Signature. Ci sono solo cinque brani, un paio già usciti negli anni, ma, con una durata di quasi mezz’ora, il ritorno di Elizabeth Fraser ha il peso e il valore di un album vero e proprio.

Sun’s Signature è il primo (e speriamo che non rimanga l’unico) documento sonoro del progetto che Fraser sta da tempo portando avanti con il suo partner-anche nella vita- Damon Reece, già batterista per Massive Attack e collaboratore di Echo & The Bunnymen e Spiritualized.
Come duo avevano già fatto uscire qualcosa, ma si è sempre trattato di brani estemporanei (mai usciti a nome Sun’s Signature) o di esibizioni dal vivo (come quella al London Meltdown Festival, curato da ANOHNI nel 2012, dove Fraser e Reece suonarono delle versioni embrionali di quattro delle cinque canzoni che si trovano sull’EP).
Underwater, la straordinaria traccia di apertura, delicatamente lambita dal trip-hop e inevitabilmente esaltata dalla voce di Elizabeth, era addirittura stata pubblicata già nel 2000 come singolo solista di Fraser, ma la versione che si trova su Sun’s Signature è più ricca ed elaborata ed è stata remixata e rimasterizzata. Insomma si può dire che il percorso dei Sun’s Signature, sempre che un percorso ci sarà, inizi proprio da questo lungo e corposo EP.

Uscito per il Record Store Day su etichetta Partisan Records (casa anche di Fontaines D.C. e Just Mustard), l’EP è stato reperibile per qualche tempo esclusivamente su vinile e, solo a luglio, ne è cominciata a circolare la versione digitale.
Sapevo che l’emozione che mi avrebbe dato ascoltare le nuove canzoni di Elizabeth Fraser sarebbe stata tanta, ma, poiché da grandi poteri derivano grandi responsabilità, la paura di una delusione continuava a serpeggiare nelle mie meningi, benché subito respinta dal pensiero, ben più razionale, che chi è gratificato da poteri soprannaturali non potrà mai deludere.
Così, per un po’ ho cincischiato, ma, come speravo (e, in fondo, credevo) è stato subito chiaro, dal primo ascolto, che Sun’s Signature è un progetto unico nel panorama musicale odierno: suona come niente altro in giro, certamente grazie alla sublime vocalità di Fraser, ma anche per merito del vestito sonoro che la accompagna.
Reece e Fraser sono riusciti a fondere la musica da camera con il trip hop, le colonne sonore di film noir e il folk, le chitarre spagnoleggianti con l’elettronica, i sintetizzatori con dulcimer e vibrafoni.
Sun’s Signature si svela, però, con lentezza, con il tempo, ascolto dopo ascolto. I suoi dettagli emergono e si rivelano a poco a poco, mentre noi ascoltatori attoniti cadiamo (assolutamente consenzienti) nell’incantesimo della voce dell’angelo.

Nei sette minuti e mezzo di Apples, intorno alla metà del brano, Elizabeth Fraser sembra quasi modulare la sua voce come faceva nei momenti più atmosferici dei Cocteau Twins e sentirsi per un momento trasportati al settimo cielo (anche grazie a una produzione che, nonostante sia elaboratissima, risulta leggera come una piuma) è inevitabile.
La breve e conclusiva Make Lovely The Day, invece, esce direttamente dai miei sogni più sfrenati (ognuno ha i suoi, se permettete…): mi ero sempre chiesto come avrebbe suonato una canzone folk, per sola voce e chitarra, cantata da Liz Fraser e la risposta è una sola: divinamente (e non è un eufemismo: sembra proprio qualcosa che arrivi da un entità o un luogo superno).

Mi rendo conto che probabilmente non è nelle mie possibilità essere obiettivo parlando di tutto quanto Elizabeth Fraser “tocca” con la sua voce ma, del resto, se vi recaste in chiesa chiedereste al prete di essere obiettivo su quanto racconta il Vangelo?
In questa chiesa si venerano Elizabeth Fraser e la sua voce. Liz per me si trova lì, nell’empireo, e ascoltare la sua voce è uno dei pochi modi che ho per connettermi con l’assoluto.

E’ certo, comunque, che il lavoro dei Sun’s Signature sia favoloso e non abbia alcun bisogno di nascondersi dietro la foglia di fico della sua voce, ricolmo come è di suoni contemporanei e attualissimi e, allo stesso tempo, ben radicato nel vissuto dei suoi due protagonisti. Sorprende come Fraser e Reece siano riusciti a rendere le loro sonorità, seriche e quasi impalpabili, assolutamente appetibili e gradevoli anche per i fruitori del pop e, tuttavia, è proprio quello che accade: Golden Air è una canzone pop geniale, non solo per le estatiche armonie vocali, ma anche per gli arrangiamenti imprevedibili e sorprendenti (cui contribuisce la chitarra “prog” di Steve Hackett, di genesisiana memoria), la scrittura di Apples e Bluedusk, poi, è da manuale.

La voce dell’Angelo scozzese potrebbe, probabilmente, adattarsi a qualsiasi tappeto sonoro, ma la produzione e gli arrangiamenti di Sun’s Signature sembrano particolarmente adatti a esaltarne l’ammaliante fascino. Pur senza voler rischiare di essere blasfemo nella chiesa da me stesso eretta, oserei affermare che la luce emanata da Elizabeth Fraser riesce, con Sun’s Signature, a risultare ancora più vivida e vivifica che ai tempi dei Cocteau Twins, probabilmente anche grazie alla intellegibilità di alcuni passaggi (“Summer is gone/The autumn of my life”; “Daughter, I kiss you/Always hold you”) profondamente poetici e, in maniera quasi imbarazzante per una divinità, profondamente umani.

Se dopo tanti panegirici, ho conservato ancora un briciolo di credibilità, l’unica cosa che ancora posso dire è che, con questo lavoro, Elizabeth Fraser è una divinità che si è incarnata: rimane ultraterrena, ma ci chiarisce che ci è vicina, condivide il nostro fardello, le nostre paure, le nostre gioie.

Andate in pace.

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