
Francesco Amoroso per TRISTE©
E’ un cliché comunemente accettato che per parlare di argomenti scottanti, attuali o profondi attraverso la musica si devono necessariamente usare linguaggi e sonorità che prendano le distanze dal pop (con tutti i suoi suffissi e prefissi).
Eppure basterebbe guardarsi un po’ in giro per vedere che da sempre il pop è stato il veicolo ideale per affrontare qualsiasi questione o problema, per quanto spinoso o scabroso esso fosse.
Se il pop indipendente (il cosiddetto, spesso a sproposito, indiepop) è spesso stato considerato di retroguardia per ciò che riguarda l’analisi sociale e antropologica, è solo per la cattiva predisposizione dell’ascoltatore: basterà pensare a band come Housemartins e McCarthy o all’attitudine di un’etichetta come la Sarah Records per comprendere come non sempre siano necessari proclami incendiari e suoni lancinanti per dire la propria e non fare musica che sia un semplice passatempo o un inutile orpello.
Anzi, a volte, la fruibilità delle “canzonette” permette di veicolare storie e messaggi che farebbero altrimenti fatica a arrivare a un vasto pubblico.



