Le Ren – Leftovers

Francesco Amoroso per TRISTE©

Ogni volta che arriva il momento delle premiazioni, dei riconoscimenti, delle classifiche annuali, mi capita di notare come, per riuscire veramente a colpire il pubblico, sia necessario scrivere romanzi, cantare canzoni, interpretare personaggi con personalità e storie quasi sempre sopra le righe, straordinari, tali da lasciare lo spettatore, il lettore o l’ascoltatore totalmente invischiato emotivamente nelle loro vicende.
I premi, la visibilità, il plauso unanime non sono mai appannaggio di opere nelle quali sia l’understatement la cifra principale.
Se un oscar si vince interpretando le vicende drammatiche di un genio folle ma dotato di grande umanità e non certo la profonda vita interiore di un sensibile impiegato del comune, o recitando nella coinvolgente storia d’amore tra un gangster spietato ma dal cuore tenero e di una ballerina che in infanzia veniva molestata dal padre, invece che in una tenera storia di amicizia tra due adolescenti ordinari, anche in musica il dramma è il principale motore per colpire subito nel segno.

Eppure esistono ancora alcuni autori che scelgono cocciutamente, refrattari a ogni logica di mercato, di contenere anche le vicende più drammatiche e coinvolgenti, di evitare di essere costantemente sopra le righe, di affrontare argomenti all’apperenza privi di grande appeal come l’amore filiale o l’amicizia.

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Constant Follower – Neither Is, Nor Ever Was

Francesco Amoroso per TRISTE©

La sensazione costante nell’affrontare la vita è che ci vogliano sempre pronti ai blocchi di partenza, sempre scattanti, sempre di corsa, indirizzati verso qualche traguardo.
Chi si ferma è perduto, chi indugia viene lasciato indietro, chi si distrae rischia di non cogliere il momento giusto e diventare obsoleto. Pronti? Partenza… Via!

Non è prevista l’ipotesi di interrompere lo starter dopo la prima domanda e fargli comprendere che no, non siamo pronti, anche se è tutta la vita che ci alleniamo per quella corsa. Anche se fino a un attimo prima, piegati sul tartan della pista di atletica, ci sembrava che dopo lo sparo avremmo divorato il mondo, in realtà ci siamo appena resi conto che non siamo affatto pronti ad affrontare l’ennesima corsa. Anzi che abbiamo deciso di ritirarci e non correre più.
Non è una scelta contemplata – non lo è, né lo è mai stata – tanto che tra il “Pronti” e il “Via” non avremmo comunque il tempo di pronunciare nemmeno quel monosillabo che ci tirerebbe finalmente fuori dalla gara.

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Hayden Thorpe – Moondust For My Diamond

Francesco Giordani per TRISTE©

Devo ammettere di aver scritto già tanto su Hayden Thorpe e sui suoi Wild Beasts, in ormai quasi vent’anni di ininterrotti ascolti e frequentazioni per così dire sonore. In un paio di casi, ad onor del vero, addirittura personali.

Nel 2010, nelle vesti di eccitatissimo corrispondente romano per conto di una rivista che ancor oggi potete trovare in edicola, seguivo non ricordo più quale edizione della rimpianta rassegna M.I.T. Meet in Town all’Auditorium Parco della Musica. Imbattutomi casualmente in un danzante Thorpe, abilmente mimetizzato nella folla grazie ad un cappellino di lana – la breve ma folgorante esibizione della sua band era terminata pochi minuti prima nella sala Teatro Studio – non ebbi un solo istante di esitazione nel riconoscerlo, chiedendo e ottenendo autografo in criptica grafia (l’alcool o chissà che fluido mistico era probabilmente già entrato in circolo) su una Moleskine rossa da cronista rampante che ancora conservo.

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Grouper – Shade

Peppe Trotta per TRISTE©

Nebbia così fitta
che non mi
vedo
più
il cuore.

Trovo perfetti questi versi di Nazim Comunale per descrivere il paesaggio da cui immagino emergere le creature sonore plasmate da Liz Harris. Un territorio crepuscolare immerso in un presente eterno dove lo scorrere del tempo perde definizione.
E in effetti le tracce degli itinerari enigmatici firmati Grouper sono spesso composizioni scritte nel corso degli anni e improvvisamente recuperate per cristallizzare le sensazioni del momento.
Non fa difetto a questo peculiare processo creativo Shade, album intriso di un lirismo fragile che prosegue la ricerca di una forma cantautorale sempre più scarna e diretta.

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The Courettes – Back in Mono

Tiziano Casola per TRISTE©

Intorno ai 12 anni, come tanti altri occidentali in altre decadi, feci la scoperta di Eleanor Rigby e decisi che sarei diventato un fan dei Beatles. Per farlo però bisognava essere preparati e, in un’epoca ancora pre-web, questo avrebbe richiesto parecchio tempo. Acquistai dunque (probabilmente in un mercatino dei libri usati, ipotizzo al borgo di Nettuno, ma chissà) il libro “Le canzoni dei Beatles” del 1969, una raccolta di testi dei fab4 che periodicamente rispunta fuori nelle librerie in forma riedita, in cui – attenzione – ai testi della canzoni sono affiancate splendide illustrazioni psichedeliche dell’epoca, curate da Alan Alridge.

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