Francesco Amoroso per TRISTE©
Mi interrogo da tempo sull’attuale utilità della scrittura musicale (definirla critica, da parte mia, sarebbe presuntuoso e fuori luogo).
Esiste ancora qualcuno a cui interessa leggere riflessioni personali e approfondimenti su un album? Esiste ancora un gruppo (anche ristretto) di persone che ascolta la musica con passione ed è interessata a conoscere un’opera in maniera estesa, a apprezzarne e coglierne le sfumature? Ha ancora senso parlare di musica? E come si dovrebbe parlarne?
Nonostante i pessimi riscontri (numeri bassissimi di visualizzazioni sui social e in rete, riviste che scompaiono, radio che chiudono, praticamente nessuna alternativa moderna, come i podcast), mi ostino a credere che, pur con la consapevolezza che quando si scrive e si parla di musica ci si rivolge a un pubblico esiguo e sempre più sparuto, tutto sommato, segnalare nuove uscite degne di nota, condividere le proprie sensazioni, fornire una chiave di lettura, dare anche solo spunti per un approfondimento, sia ancora cosa bona e giusta, anche in un momento di ricambio generazionale, di attenzione minima verso la musica più di nicchia e di spiccata progressiva perdita della capacità di concentrazione in ogni ambito.
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