Amaarae – The Angel You Don’t Know

Carlotta Corsi per TRISTE©

È difficile in questo momento, credo, per qualsiasi ragazza o donna affacciarsi al mondo con la propria più pura e fragile essenza.
E anche se “questo momento” dura da troppo tempo ormai, sento che siamo ad un punto di snodo importante.
Per quanto ci sia un’estrema maggioranza di spinte femministe in ognuna di noi, mi sembra di trovare poca coesione e tanto pregiudizio l’una verso l’altra.

Non nego, io stessa ho ancora dei grossi scivoloni d’ipocrisia e di tanto in tanto mi ritrovo ad essere parte integrate di questo brutto sistema di oggettificazione dei corpi e questo mi fa così arrabbiare, soprattutto perché so come ci si sente quando quel corpo è il tuo.
Sin da piccole, siamo state abituate a giudicarci e chiamarci con nomignoli, finendo per cadere facilmente nel luogo comune, continuando a farlo anche da adulte.

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Jessica – The Space Between

Francesco Amoroso  per TRISTE©

Quando ero bambino viaggiare non era una cosa così scontata come oggi (o, almeno, come è stato fino a febbraio del 2020). Fare lunghi viaggi intercontinentali era un sogno che non tutti riuscivano a realizzare e molti neanche a concepire.
Personalmente, non ho mai capito veramente il perché, il mio viaggio dei sogni è sempre stato verso l’Australia: mi affascinavano, credo, gli spazi immensi, il fatto che ci fossero territori ancora inesplorati, i canguri, i coccodrilli e il diavolo della Tasmania.

Col tempo, poi, ho cominciato a scoprire di più su quella immensa e per noi lontanissima nazione: una terra vasta, inospitale e affascinante, popolata dai discendenti di ex galeotti, scenario perfetto per epopee epiche e racconti di frontiera, per emozioni forti e paure ancestrali.
E, inevitabilmente, ho imparato ad apprezzarne anche la musica, tanto che molti dei miei idoli musicali di allora provenivano proprio da down under (Nick Cave, i Go Betweens e i Triffids, per citarne solo alcuni).

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King Hannah – Tell Me Your Mind And I’ll Tell You Mine

Francesco Amoroso  per TRISTE©

Quando ho ricominciato a fare radio per la prima volta dall’avvento di internet (tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei 90 la situazione era decisamente differente) ho preso l’abitudine di passare molto tempo in rete alla ricerca di band e artisti sconosciuti o all’esordio, da passare nella mia trasmissione.

Era, naturalmente, un modo per avere sempre contenuti freschi e non scontati, ma anche una buona scusa per scoprire cose nuove prima che ci arrivassero gli altri (e potermene, magari anche solo tra me e me, vantare un po’).
L’abitudine è divenuta così radicata che anche adesso che non frequento le radio da un po’, continuo a cercare e ascoltare band nuove, brani di artisti all’esordio, proposte musicali che arrivano da etichette e webzine di cui ho imparato a fidarmi.

Ogni tanto arriva il colpo di fulmine. Con Crème Brûlée dei King Hannah è andata esattamente così.

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(Make Me a) TRISTE© Mixtape Episode 3: TUNNG

Tunng – DEADCLUB (collage credit: Lilias Buchanan)

Sam Genders is a founding member of Tunng and around the time of Tunng’s sixth album, 2018’s Songs You Make at Night, he found Max Porter’s novel “Grief is The Thing with Feathers”, and was struck by its power. Its viscerality and rawness and rage. Its beauty and love and connection. He passed Porter’s book around his band members.For months the six band members discussed the subject at length. That they are such a sizeable band, diverse in opinion and perspective, proved helpful. “Because the subject of death is so powerful for people in different ways, we talked about the kinds of issues it might bring up, that we might need to be sensitive about.”
“Tunng Presents​.​.​.​DEAD CLUB” is out now on Full Time Hobby.

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The Reds, Pinks and Purples – You Might Be Happy Someday

Francesco Amoroso  per TRISTE©

La possibilità che tutti potreste essere felici un domani è, tutto sommato, un’ipotesi che, di questi tempi, suona davvero come molto ottimistica.
E’ il segno dei tempi.
“You Might Be Happy Someday”: un titolo del genere, solo qualche mese fa, sarebbe suonato come l’ennesima dichiarazione triste e deprimente, un manifesto “miserabilista”, uno slogan da scrivere sulle magliette portate da giovani troppo autoironici, dal volto cupo e dallo sguardo sempre rivolto verso terra.

Ora, invece, la sola idea che, magari non subito ma prima o poi, in un futuro non necessariamente troppo lontano, potremmo arrivare a essere felici (anche se solo per un po’) sembra quasi essere un esercizio di ottimismo della volontà.

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