
Francesco Amoroso per TRISTE©
«Ella non c’è ed io la vo’ cantare/ la frase che m’ha fatto palpitare:
“Vorrei baciare i tuoi capelli neri/ le labbra tue e gli occhi tuoi severi
Vorrei morir con te angel di Dio/ O bella innamorata tesor mio”»
(Martino Stanislao Luigi Gastaldon, Musica proibita, 1881)
Sono più di vent’anni che Josephine Foster, inquieta e inquietante, incide dischi strani e meravigliosi, con quella sua voce fori dal tempo, demodé e vagamente polverosa e con uno stile sfuggente e inclassificabile. Sarà che da ragazzina cantava nel coro della chiesa, sarà che per lungo tempo ha aspirato a diventare una cantante d’opera, sta di fatto che la sua voce e le sue composizioni albergano in luogo dell’anima che è soltanto suo, al riparo dal vento deturpante della modernità o della sperimentazione a ogni costo.
Dal mio punto di vista la sua musica è sempre stata un mistero, spesso affascinante, qualche volta respingente. La sua voce è stata in tante occasioni fonte di meraviglia e di entusiasmo, salvo, qualche volta, arrivare fino a infastidirmi.
Fuorviato da accostamenti pretestuosi (ricondurre la sua opera nell’alveo del cosiddetto weird folk è chiaramente riduttivo) ho spesso faticato a penetrare l’arcano della sua musica e tale difficoltà “intellettuale” non mi ha permesso di lasciarmi andare ad amare i suoi lavori senza riserve.
Fino a Domestic Sphere.



