Agnes Obel – Citizen Of Glass

agnesobel_citizenofglassGiulia Belluso per TRISTE©

Esponendo una qualsiasi immagine ad una superficie riflettente, essa si specchia.

La superficie riflettente, attraverso un gioco di luci, svilupperà un riverbero della stessa immagine più e più volte, intrappolando così l’essenzialità della figura modificandola da nitida a chiara a trasparente.

L’effetto ottenuto, sarà la visione di un’immagine tanto essenziale e semplice da risultare vitrea.

È proprio il tema del vetro (presentato nelle sue mille sfaccettature) che la cantautrice danese Agnes Obel ci propone attraverso il suo terzo lavoro Citizen Of Glass, registrato prodotto e mixato da lei stessa a Berlino.

I dieci canti che compongono l’album sono dotati di un mesto lirismo, impostati su strumentazione classica e alchimie sonore crepuscolari, inquietanti e claustrofobiche.
Al confine tra privacy e pubblica esposizione, il concetto tedesco di “Gläserner Bürger”, o cittadino di vetro, è quello sul quale la Obel ha elaborato tutto il lavoro elevando il vetro a rivelazione di noi stessi, della visione che abbiamo degli altri, delle nostre emozioni e di come talvolta queste soggioghino la nostra mente.

Non a caso Golden Green (ispirata al libro del 1927 Envy di Yuri Olesha) parla di come la mente possa ingigantire episodi trascurabili e travisare la realtà quando si trova sotto l’influenza dell’invidia.

Audace, vulnerabile e geniale, Agnes riesce a richiamare il tema del vetro anche in chiave strumentale, attraverso l’uso di uno straordinario Trautonium che conferisce al suono caratteristiche vitree, o come in Familiar (che suona tutt’altro che familiare), producendo un intreccio di melodie enigmatiche, spesso punteggiate da una singola nota sulla tastiera, accompagnate da un “inquietante coro” di voci maschili ottenuto “semplicemente” utilizzando un Pitch Shifter sulla propria voce .

Attraverso clarinetti, arpe, violoncelli e clavicembali, Agnes dà vita all’incantevole Trojan Horses, che catapulta l’ascoltatore in uno scenario dal sentore “medievale”, austero, freddo e gelido, senza tralasciare il concept del vetro attraverso le semplici parole “These bare bones are made of glass” (che richiamano alla mia mente diversi tipi di “ossa di vetro”: “Mia piccola Amélie, lei non ha le ossa di vetro, lei può scontrarsi con la vita. Se lei si lascia scappare questa occasione, con il tempo sarà il suo cuore che diventerà secco e fragile come il mio scheletro. Perciò si lanci, accidenti a lei!”)

La Obel intreccia la sua voce eterea con densi strati di archi e le melodie cadenzate da note adamantine, volgono in ballate ariose e nostalgiche. Agnes attraverso questo album rivela qualcosa di sè, regalandoci una visione più ampia del concetto di trasparenza, di  vetro e di “apertura”, esortando l’ascoltatore ad identificarsi con il significato più appropriato.

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